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dal di domenica 12 settembre 2004


 
LETTERE AL DIRETTORE Pag. 45    

IN VALTROMPIA
La salute mentale e le Istituzioni

    
Sento il dovere come sindaco, in prima persona, e come presidente uscente dell’assemblea dei sindaci del Distretto n. 4 della Valle Trompia di inserirmi nel dibattito aperto ormai da alcuni mesi su un problema assai complesso ma improrogabile per una società civile che voglia dirsi tale, quale è appunto quello della salute mentale.

Da più parti, e in più forme, il variegato, spesso silenzioso e riservato mondo del volontariato e delle associazioni che raccolgono i familiari dei malati di mente, ha deciso di rompere la cortina di riservatezza e nascondimento, dietro la quale spesso queste realtà operano e sono portate a vivere la loro sofferenza, psichica, sociale, sanitaria, e relazionale.

Tutto questo con lo scopo prioritario di far sentire la loro voce davanti alle istituzioni, a quelle che in prima persona sono deputate a garantire la salute della propria cittadinanza. Chiedono a gran voce servizi, ascolto, comprensione, accoglimento, e nuove opportunità per vivere, affrontare e, se possibile, risolvere le loro situazioni quotidiane che diventano spesso emergenze insopportabili.

Vedo nella problematica legata alla salute mentale il ripresentarsi di una storia che in passato è toccata ad altre questioni e che a distanza di anni, oggi fortunatamente possono dirsi quanto meno in via di risoluzione. Mi riferisco in particolare alle problematiche legate all’handicap ed alla disabilità fisica in genere. Lo sforzo culturale, economico e sociale messo in campo negli anni Settanta e Ottanta ha consentito di creare nel tempo una nuova mentalità comune, una legislazione adeguata ed una rete di servizi che ovviamente devono essere completati ed implementati, ma senz’altro aprono complessivamente opportunità nuove rispetto a quanto si registrava 20 o 30 anni fa, sebbene le barriere culturali abbiano ancora bisogno di tempo per essere definitivamente abbattute.

Oggi credo che tocchi alla problematica complessa e articolata della «salute mentale» uscire dal suo isolamento e porsi sul tavolo delle istituzioni per chiedere una mobilitazione capace di affrontare il problema e dare risposte adeguate a situazioni che sono e rimangono drammatiche, sebbene l’opinione pubblica non ne sia sufficientemente informata. I servizi in questo settore ci sono, ma in molti casi, continuano a rimarcare i familiari, sono insufficienti, il personale è scarso, e soggetto spesso al precariato, un elemento assai negativo per chi, come in questo caso, opera con «materiale umano» (mi si passi il termine) il cui lavoro è costituito in gran parte dalle relazioni umane che si instaurano tra pazienti ed operatori. In questo settore, infatti, dove più di altri il sanitario, il sociale e l’assistenziale si compenetrano reciprocamente senza soluzione di continuità, i tempi e gli spazi delle «terapie» e dei «servizi» non possono essere tarati solo sui tempi e i luoghi tipicamente «sanitari» in senso stretto, poiché questa malattia che ha a che fare con la «psiche» ha ritmi, tempi, modalità assai diverse dalle classiche patologie mediche. A seconda dei casi molte situazioni possono essere adeguatamente gestite con pochissimo sforzo, ma esso deve essere continuativo e quotidiano, mentre invece in altre, dove l’effetto sulla famiglia diventa devastante è necessario predisporre interventi più consistenti e risolutivi, calibrati sulle gravità in divenire dei soggetti stessi.

Non sono un medico e quindi saggia prudenza mi consiglia di non addentrarmi in aspetti specifici in cui non ho alcuna competenza, ma la poca esperienza che ho maturato nella veste istituzionale che ho ricoperto mi fa dire che i volontari e i familiari di questi «pazienti» hanno buone ragioni per chiedere più attenzione e servizi. Come sindaco non posso non constatare, con un certo rammarico, che su gran parte di queste problematiche sanitarie e socio-assistenziali la nostra competenza (e la nostra voce) è stata dalla legge relegata nei soli organi di rappresentanza, mentre le prerogative decisionali, quelle che contano, sono (giustamente o meno non esprimo valutazioni di merito) nelle mani dei direttori delle Asl da una parte e dei direttori delle Aziende ospedaliere dall’altra, che a loro volta hanno come interlocutori sovraordinati gerarchicamente i responsabili regionali delle politiche sanitarie, sociali e familiari.

Non posso che augurarmi che anche i sindaci, per quanto poco possano dire in queste materie, non abdichino al compito ed al dovere comunque di portare un proprio contributo costruttivo, e lo facciano attraverso l’organo istituzionale dell’Assemblea dei sindaci sia a livello distrettuale che a livello provinciale. La campagna culturale intrapresa dai volontari e dai familiari dei malati di mente per migliorare la qualità della vita di chi si trova direttamente o indirettamente a che fare con questa «malattia» è ancora agli inizi, ed attende di varcare la soglia del passaggio dalla fase dell’intervento «medicalizzato» a quello della prevenzione sociale, segno che il servizio nel suo complesso dopo aver dato risposte adeguate alle situazioni più acute ed emergenziali, può dedicarsi anche alla rimozione degli ostacoli culturali e creare le condizioni umane, normative e sociali perché la prevenzione possa essere efficace.

Prof. EVARISTO BODINI
sindaco di Villa Carcina e presidente uscente dell’Assemblea dei sindaci del Distretto 4 della Valle Trompia Villa Carcina

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