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martedì 12 aprile 2005

LA SANITA’ CHE CAMBIA

I servizi psichiatrici davanti all’evoluzione costante della patologia
Il disagio mentale lancia nuove sfide
Dai «matti» tradizionali ad una sofferenza fatta anche di alcol e droghe


Anna Della Moretta

«Non erano i nostri pazienti ad essere malati cronici, ma l’organizzazione della cura e dell’assistenza e la nostra mentalità: eravamo convinti che sarebbe stato impossibile un cambiamento nei malati, e su questa convinzione avevamo costruito il nostro modo di lavorare», racconta Giuseppe Fazzari, psichiatra responsabile della 2° Unità operativa di psichiatria dell’azienda ospedaliera Spedali Civili di Brescia. Un’epoca è trascorsa da quando, prima della legge 180 del 1978, i «matti» vivevano chiusi nei manicomi, «avvolti» in una follia senza tempo e senza futuro, entità che si trascinavano insieme ad altre ma dalle quali erano rigorosamente lontani. Allora - e lo sostiene Vittorino Andreoli nel suo libro sui matti - «è la macchina che finisce per dominare, perché il medico ha bisogno più della macchina che del malato, perché parla del matto, ma non con il matto. Il matto è solo una categoria del manicomio». E con la chiusura dei manicomi, della «macchina», è accaduto un paradosso: sono morti i manicomi e sono nati i malati e la terapia psichiatrica.

«Dalla 180, e dunque dalla territorializzazione della psichiatria, risultò un altro miracolo: il contatto della follia - identificata con lo psichiatra e il matto - con la gente comune e con la società», aggiunge Andreoli. Da allora, il percorso è stato sempre in salita. La morsa della fatica si è allentata da poco, ma non permette distrazioni, perché nuove emergenze hanno già varcato la soglia. «Una fatica che ha permesso un cambiamento sostanziale nella correttezza diagnostica della malattia psichiatrica - continua Fazzari -. Negli anni Ottanta e Novanta esisteva una prevalenza di alcune diagnosi cardine della psichiatria, quali la schizofrenia e i disturbi della personalità, come il disturbo bipolare e dell’umore. La schizofrenia, da parte sua, porta con sè un profondo stigma e quando viene diagnosticata diventa un marchio per il malato, mentre per i gravi disturbi della personalità ci siamo trovati di fronte ad una sostanziale impotenza terapeutica».

E continua: «Abbiamo assunto, negli ultimi anni, un atteggiamento diverso nei confronti del paziente: non pensiamo più a lui come ad un malato per il quale le speranze di guarigione sono limitate, se non nulle, ma ad una persona che ha avuto una crisi e dalla quale può anche uscire e continuare la sua vita. Una differente strategia che ha permesso di permeare l’organizzazione per la salute mentale di un ottimismo terapeutico che per anni non ci è appartenuto e, allo stesso tempo, di una maggiore accuratezza diagnostica affiancata dalla disponibilità di farmaci più efficaci e meglio tollerati e di strutture integrate in cui i malati possono essere seguiti durante il giorno e tornare a casa la sera. Il nostro metodo, che potremmo enfaticamente dichiarare «vincente» anche se in psichiatria è difficile parlare di vittoria, è quello di proseguire il programma di riabilitazione, dopo la fase acuta, attraverso le strutture diurne».

Il cambiamento di mentalità degli psichiatri è coinciso, ironia della sorte, con un diverso decorso della malattia. «Il giovane con un disturbo bipolare o con uno spettro bipolare che incontriamo ora è diverso da un suo coetaneo di trent’anni fa - continua Fazzari -. Ora, il 60-80% di loro assume cocaina e alcool ed è difficile parlare di doppia diagnosi quando la comorbilità (la presenza di più fattori contemporaneamente) si attesta intorno all’80% dei casi. Parlerei, invece, di spettro bipolare in cui albergano insieme la dipendenza da alcool, l’assunzione di cocaina, il disturbo bipolare e i comportamenti antisociali». Un ampio spettro, dunque, che richiede interventi sostanzialmente differenti da quelli adottati finora. «Le risposte, in realtà, ci sono, ma non esiste ancora un collegamento ed un dialogo tra i vari servizi - Sert, Noa e così via - perché ciascuno di loro finora si è occupato di un problema specifico. Poi, c’è da dire che il futuro del malato dipende molto dall’agenzia che lo valuta: se arrivano da noi, impostiamo una terapia che può anche portare ad una guarigione; se arrivano da altri, si può giungere anche al disconoscimento della patria potestà». La terapia è possibile, i farmaci ci sono, ma i luoghi? «Se la dipendenza da cocaina rientra nel disturbo bipolare, perché non pensare a strutture cliniche per la cura? Certo, è difficile ricoverare in un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura persone con questi problemi: dovrebbero esserci luoghi dedicati, perché due settimane non sono sufficienti per guarire».

Dunque, un aumento di soggetti con «doppia diagnosi» a fronte di una sostanziale inadeguatezza degli strumenti terapeutici attualmente a disposizione. L’indicazione operativa del recente «Piano regionale salute mentale», al proposito, invita alla definizione di «progetti innovativi per il trattamento dell’utenza con doppia diagnosi, attraverso protocolli d’intesa tra il Dipartimento di salute mentale e i Servizi territoriali per le dipendenze che saranno approvati nelle strategie, obiettivi ed azioni dal’organismo di coordinamento per la salute mentale a livello di Asl». Quel che è certo è che, al di là degli «inviti», i bisogni di salute mentale sono sempre più elevati. Variegati, certo, ma proprio per questo in aumento. Basti pensare che, secondo dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, tra le prime 20 cause di disabilità nelle fasce di età adulta della popolazione generale, 6 rientrano nell’area dei disturbi psichici: depressione unipolare, disturbi da abuso di acool, comportamenti autolesivi, schizofrenia, disturbo bipolare e attacchi di panico. Bisogni che richiedono, dunque, una risposta. «Che non può essere trovata solo in ambito sanitario, ma necessariamente deve coinvolgere gli ambiti sociale e politico e considerare l’aspetto esistenziale e relazionale della vita dell’uomo», secondo il Piano regionale.

Dunque, si è aperta un’altra sfida.

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