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martedì 12 aprile 2005

In dirittura d’arrivo l’istituzione di un Dipartimento anche all’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico San Giovanni di Dio-Fatebenefratelli Il «polo» privato ora a tutto campo

A breve l’istituzione di un Dipartimento di salute mentale privato nel Bresciano potrebbe diventare realtà. La nuova struttura, che si aggiungerebbe al Dipartimento pubblico degli Spedali Civili, farà riferimento all’Irccs (istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) San Giovanni di Dio - Fatebenefratelli di via Pilastroni. «Abbiamo partecipato ad un bando regionale - spiega Valeria Zacchi, direttore sanitario dell’Irccs - ed abbiamo proposto un Dipartimento gestito dai Fatebenefratelli in fase sperimentale su Brescia. Crediamo che la nostra struttura, che storicamente si occupa di malattia mentale e che è anche sede dell’unico Irccs a livello nazionale in ambito psichiatrico, abbia sufficienti strumenti per proporsi come sede di Dipartimento. La sperimentazione, così come configurata nella proposta ora all’analisi della Regione, prevede l’istituzione di un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura all’Ospedale S. Orsola, oltre ad una serie di Centri psico-sociali sul territorio. Gli altri servizi, quali comunità protette, centro diurno e appartamenti protetti, sono già una realtà. Credo - conclude Valeria Zacchi - che l’ipotesi possa tradursi in uno stimolo competitivo a livello culturale per tutti coloro che si occupano di psichiatria». Il Fatebenefratelli nasce come ospedale psichiatrico nel 1882; all’inizio degli anni ’80 l’inevitabile processo di trasformazione e, nel 1996, il riconoscimentoquale Irccs. Parallelamente alla nuova veste dell’ospedale, cambia anche la patologia psichiatrica: negli anni ’80 i casi trattati erano rappresentati per il 75% da psicosi; negli anni ’90, la percentuale scendeva al 70%. Dal 2000, invece, cambiano gradualmente le patologie: il 50% è costituito da psicosi, il 20% da disturbi dell’umore e il 15% da quelli di personalità. Si sono poi aggiunte malattie psichiatriche associate ad abuso di sostanze e disturbi d’ansia per circa il 15% della casistica totale trattata che ogni anno ammonta a circa 200 pazienti ricoverati e 150 ospiti in comunità protette. «Tale progressiva differenziazione è attribuibile, da un lato, alla migliore capacità dei servizi di effettuare diagnosi più accurate, dall’altro al miglioramento delle capacità di cura delle unità d’offerta che hanno perfezionato progetti terapeutico-riabilitativi sempre più specifici e differenziati - aggiunge Valeria Zacchi -. Poi, abbiamo pazienti sempre più giovani, al massimo di 40 anni». Clinica - «Molte cose sono cambiate. Certamente in meglio, se finora chi aveva una diagnosi psichiatrica non aveva la libertà di scegliere dove farsi curare - contrariamente a quanto accade agli altri malati - e, forse, d’ora in poi avrà questa libertà - spiega Giuseppe Rossi, responsabile dell’area residenzialità psichiatrica dell’Irccs -. Esiste un riconoscimento di cittadinanza per persone considerate diverse nei diritti e credo che questo sia uno degli aspetti più importanti: il tema è uscito dal circuito chiuso della psichiatria, per diventare argomento di discussione politica. E questo si ricollega anche ad una modifica dell’atteggiamento terapeutico: il ruolo dei malati è cambiato nel tempo ed ora sono persone che hanno voce in capitolo. Una volta, si badava all’efficacia dei farmaci; ora, si bada alla loro tollerabilità e che non peggiorino la qualità della vita. Una volta il paziente che andava bene era quello che non disturbava, ora l’attenzione è focalizzata sul reinserimento e la sedazione non è più un obiettivo, ma un problema. Ancora - continua Rossi -, una volta la famiglia era considerata causa del problema, ora è una risorsa. Questo non significa che deleghiamo: crediamo che la risorsa vada educata e sostenuta, perché il carico sulle sue spalle è molto pesante e, non a caso, l’incidenza delle patologie da stress nei famigliari è in crescita. La verità? Ancora oggi la famiglia si sente colpevole, e vive la malattia psichiatrica di un famigliare come una vergogna». Ricerca - «È molto significativo che la ricerca sia riuscita ad entrare nella psichiatria, per costruire progetti terapeutici individualizzati - sostiene Jorge Perez, responsabile della linea di ricerca sulla Psichiatria dell’Irccs -. Le varie componenti vengono dosate in modo da individuare una ricerca che abbia una ricaduta quasi immediata sui pazienti». E questo si sviluppa su due fasi: una, è la continuazione di un processo di diagnosi, prognosi e terapia e l’altra mirata ad individuare i fattori di rischio, un aspetto che la psichiatria non aveva mai affrontato. «Che possono essere sia genetici sia ambientali, e richiedono indagini differenti - continua Perez -. Lo sforzo è quello di individuare linee di comportamento omogenee per tutta la psichiatria, ed evitare così che un paziente possa avere diagnosi diverse a seconda del centro in cui si presenta». I progetti di ricerca in ambito psichiatrico attivi riguardano prove cliniche sull’uso di nuovi farmaci; ma prosegue anche l’impegno sullo stigma associato ai pazienti e alle attività in ambito psichiatrico con un progetto di studio internazionale. a. d. m.

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