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L'ASSOCIAZIONE
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«MENTRE degli psicofarmaci conosciamo il meccanismo di azione, preciso e verificabile, non cè e non cè mai stata alcuna evidenza scientifica sullutilità dellelettroshock», spiega. Non si tratta, precisa, di una contrarietà in termini ideologici, «piuttosto è chi è a favore a essere ideologico, davanti alla penuria di dati nella letteratura scientifica, allincognita su quel che produca nellorganismo questa violenza». Carla Ferrari Aggradi ricorda nel 72, durante un periodo di studio in Svezia - patria dellelettroshock, già allora eseguito con tutti i crismi della sicurezza - i disturbi della memoria che affliggevano i pazienti sottoposti a Tec, le ricadute frequentissime dopo successi temporanei dei cicli di terapia, e reparti e manicomi pieni, come i nostri. «Tutti questi effetti si sapevano già allora - ricorda -. Lelettroshock è una pratica violenta, anche se attutita da anestesia, ed è figlia di una impostazione biologistica e semplificatoria della complessità della psiche umana». Una sorta di «soluzione magica che dà un potere enorme allo psichiatra, spostando lequilibrio della relazione medico-paziente verso un rapporto di dominanza da parte del medico». LA PSICHIATRA mette in dubbio anche la qualifica di «casi estremi» che legittimano lelettroshock, e lanalogia con sistemi salvavita come il defibrillatore: «La psichiatria non è medicina durgenza, è la nostra ansia che la trasforma in urgenza, mentre avrebbe bisogno di calma e tranquillità per capire cosa sta succedendo: la vita di una persona è così complessa che il concetto di caso estremo è molto labile, legato alla scelta dei farmaci, alla psicoterapia, al progetto di riabilitazione e di reinserimento sociale, alle tante cose che si potrebbero ancora fare per quella persona». Nella sua lunga esperienza a Carla Ferrari Aggradi è accaduto una sola volta di pensare allelettroshock per un paziente depresso. In quel caso, però, invece che scattare il senso di «onnipotenza», alléquipe psichiatrica venne spontaneo mettersi in discussione: «Ci chiedemmo perché avevamo fallito, coinvolgemmo anche il paziente in alcune nostre riunioni, capimmo che ci eravamo occupati poco di lui, e lui sentì che era nelle nostre teste e nel nostro cuore. Non ebbe più bisogno della Tec. Ai depressi dobbiamo dare soprattutto molte cure». LA TEC può anche essere un buon termometro sullo stato della psichiatria, sorella dell«ideologia dominante» per cui il farmaco sarebbe il rimedio delezione della malattia mentale. Secondo Carla Ferrari Aggradi «non è un caso che lelettroshock rinasca in situazioni, come quella bresciana, in cui i servizi psichiatrici sono stati depredati, possono contare su risorse molto limitate, poco personale, molti precari, e dove di conseguenza diventa difficile impostare un lavoro capillare con le famiglie, avviare progetti di psicoterapia, centri di riabilitazione e un buon collegamento di rete. Ma tutto questo - sottolinea - avviene invece in altre città, a Trento solo per fare un esempio». LI. CE. |
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