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lunedì 05 gennaio 2009 cronaca pag. 12

«È una pratica violenta e di dubbia efficacia»

Carla Ferrari Aggradi è psichiatra e psicoterapeuta, responsabile della sede bresciana della Scuola di terapia famigliare «Mara Selvini Palazzoli», ed è membro del locale Forum di Salute mentale. Da sempre abbraccia le «buone pratiche non violente» divulgate dal Forum, e si dice contraria all’elettroshock.

«MENTRE degli psicofarmaci conosciamo il meccanismo di azione, preciso e verificabile, non c’è e non c’è mai stata alcuna evidenza scientifica sull’utilità dell’elettroshock», spiega. Non si tratta, precisa, di una contrarietà in termini ideologici, «piuttosto è chi è a favore a essere ideologico, davanti alla penuria di dati nella letteratura scientifica, all’incognita su quel che produca nell’organismo questa “violenza”».

Carla Ferrari Aggradi ricorda nel ’72, durante un periodo di studio in Svezia - patria dell’elettroshock, già allora eseguito con tutti i crismi della sicurezza - i disturbi della memoria che affliggevano i pazienti sottoposti a Tec, le ricadute frequentissime dopo successi temporanei dei cicli di terapia, e reparti e manicomi pieni, come i nostri. «Tutti questi effetti si sapevano già allora - ricorda -. L’elettroshock è una pratica violenta, anche se attutita da anestesia, ed è figlia di una impostazione biologistica e semplificatoria della complessità della psiche umana». Una sorta di «soluzione magica che dà un potere enorme allo psichiatra, spostando l’equilibrio della relazione medico-paziente verso un rapporto di dominanza da parte del medico».

LA PSICHIATRA mette in dubbio anche la qualifica di «casi estremi» che legittimano l’elettroshock, e l’analogia con sistemi salvavita come il defibrillatore: «La psichiatria non è medicina d’urgenza, è la nostra ansia che la trasforma in urgenza, mentre avrebbe bisogno di calma e tranquillità per capire cosa sta succedendo: la vita di una persona è così complessa che il concetto di caso estremo è molto labile, legato alla scelta dei farmaci, alla psicoterapia, al progetto di riabilitazione e di reinserimento sociale, alle tante cose che si potrebbero ancora fare per quella persona».

Nella sua lunga esperienza a Carla Ferrari Aggradi è accaduto una sola volta di pensare all’elettroshock per un paziente depresso. In quel caso, però, invece che scattare il senso di «onnipotenza», all’équipe psichiatrica venne spontaneo mettersi in discussione: «Ci chiedemmo perché avevamo fallito, coinvolgemmo anche il paziente in alcune nostre riunioni, capimmo che ci eravamo occupati poco di lui, e lui sentì che era nelle nostre teste e nel nostro cuore. Non ebbe più bisogno della Tec. Ai depressi dobbiamo dare soprattutto molte cure».

LA TEC può anche essere un buon termometro sullo stato della psichiatria, sorella dell’«ideologia dominante» per cui il farmaco sarebbe il rimedio d’elezione della malattia mentale. Secondo Carla Ferrari Aggradi «non è un caso che l’elettroshock rinasca in situazioni, come quella bresciana, in cui i servizi psichiatrici sono stati depredati, possono contare su risorse molto limitate, poco personale, molti precari, e dove di conseguenza diventa difficile impostare un lavoro capillare con le famiglie, avviare progetti di psicoterapia, centri di riabilitazione e un buon collegamento di rete. Ma tutto questo - sottolinea - avviene invece in altre città, a Trento solo per fare un esempio». LI. CE.

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