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lunedì 05 gennaio 2009 cronaca pag. 12

«Utile in casi estremi come il defibrillatore»

Giuseppe Fazzari è responsabile dell’Unità operativa Psichiatrica numero 23 degli Spedali Civili, con sede a Montichiari, da lui avviata nel gennaio 2005. E si può considerare il «padre» dell’elettroshock a Brescia,

Il professor Fazzari si è laureato nel ’78, anno clou della legge Basaglia, quando l’elettroshock era avvolto da una marcata contrarietà. Racconta che a fargli cambiare idea è stata la medicina dell’evidenza.
«RICORDO a fine anni ’80 una giovane infermiera affetta da una fortissima depressione post partum, con tendenza al suicidio. Fu mandata a Casa Moro, dove allora si praticava l’elettroshock: dopo 15 giorni era un’altra, aveva anche ripreso a lavorare», ricorda Fazzari che, osservando i risultati sui pazienti, ha maturato la sua adesione alla Tec, inquadrandola in binari precisi. «L’elettroshock - spiega - sta alla psichiatria territoriale come la terapia intensiva sta alla medicina del territorio». Può quindi risultare efficace «in quei casi estremi, come disturbi dell’umore gravissimi resistenti ai farmaci, quando altre vie non sono percorribili».

L’importante è non demonizzare, avverte, facendo il paragone con l’uso del defibrillatore: «Il principio di funzionamento elettrico è lo stesso: se a una persona vittima di un attacco di cuore viene applicato il defibrillatore nessuno si scandalizza, perché dovremmo farlo con la Tec?».

I RISULTATI MIGLIORI, spiega Fazzari, si ottengono nei pazienti anziani, dove l’efficacia dell’elettroshock è dell’80 per cento, mente nei più giovani scende al 50-60 per cento. «Anche nei pazienti bipolari gravissimi nella fase depressiva la Tec può essere d’aiuto, e la sua validità è stata dimostrata nella prevenzione del suicidio - dice Fazzari -. Ricordo ancora un’anziana artista bresciana con forti disturbi dell’umore che dopo la Tec ebbe un cambiamento spettacolare. «La cosa più bella è che finalmente ho conosciuto le mie nipoti», mi disse. Le bambine avevano 10 anni, ma lei, a causa della malattia, non aveva potuto nemmeno accorgersi che esistessero», racconta il dottore.

«Oggi la tecnica per la Tec è cambiata, le crisi convulsive vengono monitorate, si impiega un’onda non più sinusoidale ma quadra, meno dannosa, e la scarica dura dai 2 secondi ai 3-4 massimi, a seconda delle risposte». In media un ciclo prevede 8 applicazioni (le prime due in reparto, le altre in Day hospital), in alcuni casi si va avanti con richiami periodici.

«DOPO il trattamento capita spesso che il paziente abbia amnesie, difficoltà a ricordare, ma è un disturbo temporaneo, che dura poco», assicura Fazzari. La Tec non “frigge” il cervello, «anzi - puntalizza lo specialista - alcuni studi hanno dimostrato che favorisce una rigenerazione neuronale, stimolando la plasticità cerebrale e l’incremento dei fattori protettivi nel cervello, oltre ad abbassare il cortisolo, elevato nei depressi resistenti».

«Il punto è che in Italia gli psichiatri sanno molto poco di elettroshock, si è persa la capacità di farlo, e di guardare oltre lo stigma, per capire che se la situazione è talmente drammatica da richiedere una “terapia intensiva”, è opportuno farla», dice Fazzari, secondo il quale la Tec in Italia si usa poco «per un malcelato conflitto di interessi con le aspettative dell’industria farmaceutica, che trae non pochi ricavi dagli psicofarmaci». LI. CE.

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