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lunedì 05 gennaio 2009 cronaca pag. 12

IL CASO. A 70 anni dalla «scoperta», la terapia con scariche elettriche per le malattie mentali continua a suscitare polemiche. A Montichiari già applicata su 113 pazienti

Elettroshock: Brescia eccelle e si divide

di Lisa Cesco

Dopo essere stato relegato ai margini come simbolo di una psichiatria violenta e puntitiva, caricato dello stigma dovuto agli abusi consumati nei manicomi, l’elettroshock torna a far parlare di sé, e a sdoganarsi come terapia praticabile ed efficace al pari di farmaci ed altri presidi in uso per i malati psichiatrici. A lanciare l’offensiva sono stati gli psichiatri dell'Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante (Aitec), promuovendo nel febbraio 2008 una petizione per chiedere all’allora ministro della Salute l'apertura di un centro Tec (terapia elettroconvulsivante, il nome scientifico dell’elettroshock) ogni milione di abitanti.

In Italia sono meno di una quindicina le strutture attive, sei appartenenti al Servizio sanitario nazionale e le restanti cliniche private convenzionate che praticano l’elettroshock (contro le 160 dell’Inghilterra, le 159 della Germania, le 65 della Svezia, le 35 della Danimarca).

BRESCIA è al centro di questa «rinascita» dell’elettroshock, con l’Unità operativa Psichiatrica numero 23 - che fa parte del Dipartimento di salute mentale degli Spedali Civili, con sede all’ospedale di Montichiari -, appunto uno dei sei centri pubblici che in tutta Italia eseguono la Tec.
In tre anni e mezzo di attività il centro di Montichiari ha seguito 113 pazienti, realizzando 1.500 trattamenti, con una media di 15 Tec a settimana (quasi 500, complessivamente, nel corso del 2008). I tre quarti dei pazienti sono bresciani, gli altri provengono da diverse città, molti arrivano da lontano, da Roma o dalla Sicilia.

LE POLEMICHE, però, continuano: dopo l’appello dell’Aitec, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani ha proposto una contropetizione, sempre diretta al ministro della Salute, per abolire l'elettroshock in Italia, regolato dalle linee guida ministeriali del 1999, che impongono il consenso informato del paziente e lo indicano come opzione terapeutica solo per i depressi gravi, con sintomi psicotici e rallentamento psicomotorio, quando non possono attuarsi terapie farmacologiche o nei casi di farmacoresistenza (oltre a chi è affetto da disturbi rari come forme maniacali resistenti agli psicofarmaci, sindrome maligna da neurolettici e catatonia maligna).
Oggi l’elettroshock è altamente medicalizzato: il paziente viene anestetizzato e protetto con miorilassanti dal rischio di fratture e spasmi durante la scarica elettrica, e anche le modalità di somministrazione della corrente sono più controllate. Il principio, però, è sempre quello di indurre convulsioni con il passaggio di corrente elettrica attraverso il cervello. Sebbene anche le linee guida riconoscano che non è stato ancora chiarito in maniera precisa il meccanismo di azione della Tec, si ritiene che la scossa elettrica riattivi i neurotrasmettitori compromessi nella depressione, riassestando i meccanismi cerebrali.
Per approfondire un tema delicato e complesso, abbiamo chiesto a due psichiatri il loro parere pro e contro questa pratica tanto dibattuta: ecco cosa ci hanno detto.

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