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venerdì 28 novembre 2008 lettere pag. 53

MALATTIE MENTALI

La riforma della legge 180

Gentile direttore, come dice il saggio: «Bisogna conoscere per deliberare e non deliberare senza conoscere». Quando poi, la non conoscenza assimila anche il suggerimento mafioso per cui «a forza di gettare fango, alla fine un po’ ne rimane appiccicato»: il risultato «politico» nel caso di malattia mentale diventa un unicum di stigma, pregiudizio, discriminazione e abusi. Per giungere al risultato di non riconoscere a numerosi cittadini il loro diritto umano a un alloggio, a un lavoro dignitoso e a un tempo libero differente da quello di stare seduti per ore guardandosi in silenzio la punta dei piedi, o di sagomare superflui oggettini di plastica e fiorellini di carta, destinati a finire nei bidoni della raccolta differenziata.

Nei mesi scorsi, dalle associazioni interessate é stato accolto con prudente attenzione il punto uno contenuto nella quarta «missione» inserita nel testo del suo programma dal partito che poi ha vinto le elezioni, che prevede la «riforma della legge 180 del 1978 (quella che ha fatto chiudere i manicomi) in particolare per ciò che concerne il trattamento sanitario obbligatorio dei disturbati psichici». Definizione di persone ammalate, quest’ultima, meno desueta del termine «mentecatti» di giolittiana memoria, ma non per questo meno ghettizzante.

Fino ad oggi però, al Parlamento non è stata richiesta l’approvazione di più idonee linee-guida per evitare eccessi del TSO (trattamento sanitario obbligatorio), o al contrario che impediscano la possibilità che il paziente corra il rischio di non essere curato, risultando con ciò succube della malattia.

La Commissione competente della Camera ha invece ricevuto per la discussione quanto segue:
- Progetto di legge n.919: «I familiari non possono essere obbligati alla convivenza con persone maggiorenni affette da disturbi mentali» e quindi sono state previste strutture residenziali (RSA) destinate alle persone «che preferiscono (!?) tale forma di assistenza». Strutture residenziali che prevederanno anche «la realizzazione al loro interno di idonee attività lavorative».
- Progetto di legge n.1423: «Qualora la famiglia non sia disposta ad accogliere il malato, questi dovrà essere assegnato o ad una Comunità terapeutica umanizzata o a una clinica psichiatrica umanizzata (??)».
«Per la realizzazione di nuove cliniche umanizzate capaci di accogliere dignitosamente un massimo di duecento pazienti, potranno essere utilizzate, dopo le opportune disaggregazioni, anche i padiglioni e le strutture dei vecchi ospedali psichiatrici nonché i relativi spazi verdi». Siccome i primi firmatari delle proposte legislative non sono dei parlamentari «peones» in cerca di gloria, mi sembra che ci sia di che preoccuparsi.

Franco Vatrini
DI ALLEANZA PER LA SALUTE MENTALE

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