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giovedì 15 maggio 2008 lettere pag. 61

Salute mentale, conferenza dell'ASL

Caro direttore, il 13 maggio è stato il 30° anniversario della Legge 180, conosciuta come legge Basaglia per il semplice motivo che questo psichiatra ha provocato una rottura simbolica con la realtà di quegli anni: ha dimostrato che fosse possibile chiudere i manicomi e curare nel territorio le persone con disturbi mentali, facendone portatrici di bisogni e diritti, come recita l’art. 32 della Costituzione.

Dopo 30 anni l’applicazione in Italia della legge 180 ha prodotto sistemi di servizi drammaticamente diversi da regione a regione.

È vero, la struttura Dipartimentale è una realtà ormai assodata, così come l’istituzione dei vari servizi preposti alla cura della malattia mentale (si calcola che attualmente in Italia esistano 20.200.000 persone con questo disagio e che ogni anno una nuova su 10.000 viva questa esperienza). È però altrettanto vero che, ad esempio, servizi territoriali aperti 24 ore al giorno invece che 40/48 ore la settimana producano modalità diverse nel soddisfacimento dei bisogni di salute della persona ma anche della comunità (un indicatore per tutti è il ricorso al Trattamento Sanitario Obbligatorio ridotto di 4 volte in questi servizi o il tasso di suicidi). In Italia ne esistono 50 su circa 700 attivi: come mai se esistono tali esperienze non si possono esportare anche nella ricca Brescia?

Il sistema da noi si discosta poco dal modello medico - ospedaliero, basato su cliniche per acuti e residenze psichiatriche: tra questi due poli c’è la solitudine degli utenti e dei familiari, a cui non riesce a rispondere un intervento territoriale sempre più sguarnito di risorse. A Brescia, ad esempio, vi è stata l’assunzione di personale che mancava nelle residenze solo perché l’Asl ha controllato gli standard regionali di assistenza: a Brescia un programma sul trasferimento di un servizio territoriale sfrattato da oltre due anni rischia di produrre un trasloco al piano terra, continuando in questo modo il pagamento dell’affitto, quando invece l’Azienda Spedali Civili mette in vendita le sue strutture. Per non parlare della mancanza di automezzi a disposizione degli operatori sul territorio, dell’aumento della benzina per gli operatori che utilizzano il loro, dei medici specializzando che restano in reparto di PSICHIATRIA tralasciando il lavoro territoriale, che non si affronta solo con il farmaco.

È in questo contesto che può svilupparsi la pratica dell'elettrochoc (definita tecnicamente Terapia Elettro Convulsiva) praticata all’Ospedale di Montichiari: una risposta semplificata, veloce, asettica, - per noi «ideologici» anche un po’ retrò - a fronte invece della fatica quotidiana di modifica della realtà intorno al paziente (con la famiglia, con il lavoro, con il suo tempo libero, con la necessità abitativa).

La Conferenza Salute Mentale dell’Asl, convocata alla presenza delle agenzie che «producono» salute mentale, saprà interrogarsi anche su questo?

Massimo Fada
Silvia Galli
DELEGATI CGIL

Nota della redazione di Psichiatriabrescia.it: attenzione a non commettere l'errore di contrapporre saperi diversi e di impedirne la comunicazione. La terapia elettroconvulsivante è una pratica salvavita per molte depressioni gravi ed a rischio di suicidio, la sua efficacia è sostenuta da evidenze inconfutabili. Non si può contrapporre a tale evidenza un'altra verità che è quella della efficia dell'intervento integrato sul territorio che pure ha una validazione scientifica, oltre che etica.
Sarebbe come prendersela con i reparti di terapia intensiva a favore della medicina di base.
Ma gli stessi estensori della lettera sembrano in fondo ammettere un attegiamento ideologico "retrò".

Altra cosa è invece considerare la necessità di potenziare e ridistribuire le risorse in modo adeguato. Da questo punto di vista è evidente a tutti che i CPS, contrariamente a quanto previsto dalla stessa Regione Lombardia, sono effettivamente le "Cenerentole" della psichiatria.

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