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lunedì 02 ottobre 2006 cultura pag. 20

B
rescia perde un maestro della fotografia

Spirito ribelle, lasciò il lavoro di grafico pubblicitario per la passione di una vita


di Pietro Gorlani



Il fotografo e regista Gian Butturini, classe 1935, è morto poco prima dell’alba di venerdì all’ospedale Civile, dov’era ricoverato da quattro giorni per esami di controllo. Oggi alle 14 la città di Brescia gli darà l’ultimo saluto nella chiesa di San Giovanni. La stessa Brescia che qualche anno fa aveva riconosciuto il suo talento artistico consegnandogli la Vittoria Alata. La stessa città che poi ha dato l’impressione di averlo dimenticato mentre fiorivano le sue mostre nella vicina Mantova e nell’esposizione internazionale «Il volto della Follia» di Reggio Emilia, lo scorso anno.

Butturini è stato, con pochi altri artisti bresciani, una vera e propria manciata di sabbia nell’ingranaggio della macchina «avere per essere» che stantuffa più qui che altrove. A 35 anni ha deciso di mollare un lavoro molto redditizio (grafico pubblicitario) per dedicarsi alla fotografia, pubblicando libri (una trentina) spesso a sue spese, pagandosi la maggior parte dei viaggi e dei reportage. Non si è arricchito, Gian, se per ricchezza si intende un buon conto in banca e una vita agiata. Due famiglie alle spalle - dalla prima moglie Maria Luisa ha avuto un figlio, Tiziano; dalla seconda, Emanuela, l’adorata figlia Marta, che lo ha accudito fino alla fine -, ha vissuto gli ultimi due anni in una casa del Comune a Folzano, dove prima vivevano i suoi genitori. Il ricavato delle mostre lo utilizzava per il suo annuale viaggio a Cuba o in qualche altro angolo di mondo. L’unica moneta in vigore per Butturini era quella della passione artistica.

Gian inizia a lavorare presto, a 16 anni, come vetrinista per le drogherie Faita di Brescia: ha un vero talento per il disegno e infatti passa la dura selezione per l’ammissione all’accademia di Belle Arti di Brera, che però frequenterà poco. Dopo nemmeno due anni aprirà con l’amico Luciano Salodini la Publiflash Varo, studio per allestimento di negozi e per la pubblicità. A 19 anni la sua ragazza rimane incinta e i due si sposano in tutta fretta. Dopo il matrimonio arriva il successo come grafico pubblicitario, iniziato con il Giornale di Brescia e la Manzoni Pubblicità. Sono dieci anni di successi, guadagni e premi, ottenuti per i lavori pubblicitari realizzati per la Breda Armi, la Isa Arredamenti e molti altri progetti. Nel 1970 vince il concorso della Beloit International per la realizzazione dello stand alla fiera Interplast di Londra. È la svolta. Nella capitale inglese Gian scatterà una delle sue foto più celebri, «Look»: un senza tetto si appresta ad attraversare le strisce pedonali, ma prima si volta fortuitamente verso l’obbiettivo, mostrando il suo sguardo stanco e denso. Davanti a lui, sull’asfalto, la scritta «look». Una ridondanza di senso che trasforma l’immagine iconica in racconto. Dall’esperienza londinese nascerà il primo libro fotografico, «London by Gian Butturini».

Ritornato in Italia, si avvicina alla grafica d’autore e dissacratoria: «Mi ero stancato di lavorare per chi fa soldi», ha confessato in un’intervista. Ridisegnava tavole delle vignette di fumetti famosi, come Diabolik: là dove è raffigurato il solito assassino, nascosto nel buio, brandendo un coltellaccio, nella didascalia aggiungeva «America, sei stata scoperta!». Oppure faceva dire a Barbarella: «Barbarella, se passi dalla Luna... strappa la bandiera americana!».

Come consulente artistico dei Magazzini 33 di corso Mameli conosce Guglielmo Achille Cavellini, il geniale artista della mail art e dell’autostoricizzazione (famosi i francobolli con la sua foto, la data di nascita e la data di morte dopo un secolo). Grazie a Cavellini, Gian conosce e avvicina tutta l’avanguardia artistica italiana, da Rotella a Vedova, da Burri a Sansonetti.

Quello per la Winchester Italia, nel 1973, è l’ultimo lavoro da grafico, poi venderà tutto e inizierà a viaggiare: Cuba (dove conoscerà Fidel Castro), Irlanda del Nord (dove fotograferà la repressione inglese ai danni dei cattolici dell’Ira), il Cile delle ultime settimane di Salvador Allende e già in odore del golpe militare avallato dalla Cia. Inizia anche l’esperienza da regista con il mediometraggio «Crimini di pace» (1975), nel quale denuncia l’alienante condizione dei pendolari cottimisti bresciani, costretti ogni mattina a recarsi a Milano per lavoro; la morte non risparmierà il protagonista. Arrivano gli inviti al Festival del cinema di Mosca e al Festival della gioventù comunista di Berlino, anche se Butturini non si assoggetterà mai alla nomenclatura politica che irreggimentava la cultura.

A metà degli anni Settanta arriva l’esperienza di Trieste, dove documenta il lavoro dello psichiatra Franco Basaglia e la sua lotta per la chiusura dei manicomi. «Un’esperienza che mi fece crescere umanamente, e quindi artisticamente», dirà.
Tra il 1979 e 1980 l’esperienza fantastica e massacrante de «Il mondo degli ultimi», film che documentava le lotte agrarie tra Bassa bresciana e Cremonese nel secondo dopoguerra, con Lino Capolicchio come protagonista. «Un’esperienza talmente totalizzante che mi fece diventare i capelli bianchi», dirà Gian. Girato quasi interamente alla cascina Bompensiero di Villachiara, fu finanziato e reso possibile grazie allo slancio di incredibile solidarietà del popolo contadino, fiero di ritrovare le sue origini.

Il film passò sotto le forche caudine della censura politica, non fu mai distribuito e nel 1985 fu acquistato da Rai 3 per 50 milioni di lire (ne era costati 500...). In seguito Gian girerà anche un documentario su Marcello Mastroianni e lo zio scultore, Umberto (lavoro ancora inedito).
Nel 1987 torna in Cile in occasione del viaggio di Papa Wojtyla, mentre negli anni Novanta riprende il reportage classico, dal Messico al Sahara del fronte Polisario, dall’Eritrea all’India di Vindravan e Calcutta.
Butturini ha sempre mescolato nel suo lavoro quattro ingredienti rari: passione, curiosità, spessore etico, utopia politica. Disordinato, distratto, mangione, schietto fino alla scortesia, aveva però una gran dote: in ogni viso incontrato, in ogni espressione incrociata dalla sua Nikon, Butturini cercava e spesso trovava quello che Roland Barthes chiama il senso ottuso della fotografia. Ovvero quel particolare che a una prima analisi pare insignificante, ma che oltre a caratterizzare il soggetto fotografico parla allo spettatore, offrendogli il primo capoverso della sua storia sconosciuta.

Ci sarà un motivo se l’Einaudi ha deciso di inserire Butturini nella sua enciclopedia della fotografia, insieme a pochi altri italiani (Ugo Mulas, Gianni Berengo Gardin, Mario Dondero, per esempio). Butturini è riuscito a raccontare storie di vita, e nelle sue mostre vedremo un poco anche la sua. Sta ai nostri occhi la capacità di saper leggere scampoli di umanità a colori o in bianco e nero. Da oggi abbiamo un capoverso in più.
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Ai familiari di Gian Butturini le più sentite condoglianze da parte della redazione di Bresciaoggi.

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Ai familiari di Gian Butturini le più sentite condoglianze da parte della redazione di "Psichiatria Brescia", dell'Associazione Laura Saiani Consolati.

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