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Il convegno sul gioco d'azzardo organizzato dall'Associazione Saiani Consolati sta promuovendo un ampio dibattito nella realtà bresciana. Oggi il quotidiano Bresciaoggi dedica due intere pagine al problema del giocod'azzardo patologico.

mercoledì 24 maggio 2006 pp. 14 e 15

LO PSICHIATRA / Giuseppe Fazzari


«Prima i farmaci, poi tocca allo psicologo»


«I pazienti non controllano gli impulsi e soffrono di notevoli sbalzi dell’umore»

Il gioco compulsivo non è un vizio, piuttosto una vera e propria malattia. La conferma arriva da Giuseppe Fazzari, psichiatra bresciano, direttore dell’Unità operativa 23 all’ospedale di Montichiari e promotore di un seminario sul tema per gli operatori.
Dottor Fazzari, perché si occupa di gioco compulsivo?
«Mi sono reso conto che tra i pazienti in cura, sempre di più avevano questo problema. Se ne dovrebbero occupare i Sert, per la verità. Ma la realtà è che quando toccano il fondo stanno molto male, soffrono di pesanti forme di depressione. Alcuni arrivano persino a desiderare la morte, senza contare che la loro situazione familiare diventa davvero drammatica».
Cosa accade a chi soffre di questo disturbo?
«È un fenomeno comune a tutte le dipendenze (droga, alcol e via dicendo). Si tratta di una forma di compulsività grave. Quando c’è in ballo una scommessa, cioè, il giocatore non riesce a sottrarsi».
Spesso chi è caduto nel baratro non riesce a spiegarsi perché. Ma si può parlare di soggetti più o meno predisposti?
«Credo di sì. Per spiegarlo ci si può rifare a un concetto interessante in psichiatria, cioè quello di "spettro bipolare". In genere i grandi giocatori compulsivi ricordano da una parte gli ossessivi compulsivi, dall’altra i bipolari. Si tratta di persone che accumulano una grossa difficoltà a controllare gli impulsi, ma soffrono anche di notevoli sbalzi d’umore. È una caratteristica che riguarda la loro personalità, non solo il disturbo. Sono molto eccitati ed euforici quando hanno la speranza di vincere, e se succede provano un grande piacere, ma sviluppano subito dopo un forte senso di colpa».
È possibile uscirne?
«Sicuramente sì, ma si tratta di un percorso lungo. I gruppi di auto aiuto sono importantissimi, ma non sufficienti, anche perché si tratta di una patologia psichiatrica, che va curata. Tanto più che il rischio di ricadute, anche a distanza di un anno, è frequentissimo».
Qual è il percorso più adeguato?
«Posso parlare della mia esperienza. Si tratta di un lavoro che non tiene conto solo del problema del gioco compulsivo, ma si focalizza sulla personalità. Dopo la diagnosi, i pazienti sono stati sottoposti a un trattamento farmacologico per stabilizzarli. Poi serve un intervento di stampo psicologico a cui dovrebbero sottoporsi non solo il paziente, ma anche i familiari. Del resto, molto spesso i rapporti personali sono completamente devastati, e la famiglia è importante per fare da "contenitore"». na.da.

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IL CONVEGNO DI STUDI
Due categorie di appassionati: ci sono i «sociali» e i «patologici»

Nella media puntano 1.000 euro l’anno

Degli eccessi del gioco d’azzardo si è parlato di recente a Montichiari, nel corso di due intense giornate svoltasi in ospedale, dedicate agli operatori dall’associazione «Laura Saiani Consolati»; sono intervenuti Daniela Capitanucci (psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’Anc Azzardo e nuove dipendenze, Varese) e Tazio Carlevaro (specialista in psichiatria e psicoterapia, Società ticinese di psichiatria).
LA DEFINIZIONE. L’offerta di giochi leciti oggi disponibile - hanno spiegato Capitanucci e Carlevaro - trae spesso in inganno sulla definizione di «azzardo». Con questa dicitura, in realtà, si intende ogni tipo di gioco che abbia tre specifiche caratteristiche: l’individuo mette in palio denaro o oggetti di valore; la posta è irreversibile; l’esito del gioco dipende principalmente o totalmente dal caso.
QUANTO GIOCANO GLI ITALIANI. Secondo quanto emerso nel convegno, la raccolta dei giochi pubblici gestiti dai Monopoli di Stato nel 2005 ha superato i 28 mila milioni di euro. L’incremento del 2005 a confronto con il 2004 è stato di circa il 13 per cento. Dai dati riportati nel rapporto della Caritas «Vuoti a perdere», emerge che in Italia si gioca d’azzardo più che negli Stati Uniti. Il denaro speso dagli italiani in giochi d’azzardo rappresenta il 9 per cento della spesa mondiale del settore, ed è stata stimata una spesa pro-capite annua di oltre 400 euro. Ma poiché probabilmente non più di 25 milioni di individui diversi hanno giocato, ognuno di loro ha in media puntato almeno mille euro.
I GIOCATORI: CHI SONO? Esistono due categorie di giocatori: i sociali e i patologici. I primi lo fanno per divertirsi e accettano di perdere il denaro puntato. I secondi, invece, giocano più a lungo, più spesso e per più tempo del normale, e hanno ormai perso il controllo della loro attività.
Questi ultimi non soffrono di una patologia che riguarda solo loro personalmente, ma producono anche costi sociali elevati: basta citare i problemi che si creano nella famiglia e nella rete di conoscenze, ma anche allo sconfinamento nel giro dell’usura, all’impatto sul mondo del lavoro e ai reati commessi. Il 56 per cento dei giocatori - si è detto - appartiene a strati sociali medio-bassi.
PIÙ INFORMAZIONE. Una certa responsabilità è da attribuire anche al contesto. «Naturalmente legale è più sicuro che illegale, e gli sforzi compiuti in tal senso dall’Aams (Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato), con la riorganizzazione del settore dei giochi pubblici a partire dal 2002, sono certamente un passo importante e necessario - ha detto Capitanucci -. Necessario, ma non sufficiente, se per "sicurezza" si intende anche la "tutela della salute dei cittadini", a protezione della quale non basta purtroppo la sola vigilanza sulla legalità e sull’espletamento delle offerte di gioco».
Chi si avvicina al gioco, in sintesi, è ancora troppo disinformato sui rischi possibili e sulle reali opportunità di vincita. Solo per fare un esempio, chi gioca la schedina al superenalotto ha una probabilità su 103.769.105 di centrare il 5+1 e una su 622.614.630 di azzeccare il 6.
Peraltro, per la loro peculiare struttura, tutti i giochi d’azzardo producono un’attesa di guadagno negativa, che coincide con la percentuale, variabile da gioco a gioco e trattenuta a ogni tornata, in tasse e quota del gestore (per fare un esempio: New Slot Aams, 25 per cento).
I giocatori invece si muovono come se l’esito dipendesse dalla loro abilità, cercando di prevedere il risultato o di orientare l’esito, governati da un’irrealistica speranza. Irrealistica perché «le vincite, specie quelle ingenti, sono tutt’altro che facili e frequenti, ancor più se si gioca costantemente».
«È possibile conciliare interessi economici, di pubblica sicurezza e di salute dei cittadini - si è chiesta Capitanucci -? Sicuramente sì, purché questo sia l’obiettivo al quale tendere, con interventi mirati, integrati tra le varie parti coinvolte. Non proibire, in sintesi, ma gestire».
na.da.

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L’ALLARME DELL’ASL DI BRESCIA

La dipendenza spesso raddoppia

Un tossicodipendente su tre gioca e fa parte dei «poliabusatori»

Anche l’Asl di Brescia si è occupata in passato, e continua a occuparsi, della dipendenza da gioco. «I nostri Sert, con le loro diverse unità operative, trattano tutte le dipendenze, anche se non sono dotati di una struttura ad hoc per questo problema. Tant’è che se un giocatore compulsivo si rivolge a noi, ci limitiamo a fare counseling informativo e poi lo indirizziamo ad altri servizi specifici, compreso il gruppo dei Giocatori anonimi, che ha la sua sede nella Casa delle associazioni», spiega Elisabetta Secchi, direttore del Dipartimento dipendenze dell’Asl di Brescia.
«In passato abbiamo partecipato al gruppo di lavoro regionale Gas-Gruppo azzardo sovrazonale, nell’ambito del quale è stata condotta una ricerca su questo specifico aspetto. Ricerca da cui è emerso che la dipendenza da gioco è senza dubbio un problema ancora sottostimato», aggiunge Secchi. Ma il dato più interessante emerso dal Gruppo azzardo sovrazonale è forse un altro, confermato da molti altri studi condotti in Italia e nel mondo negli ultimi anni.
«L’indagine ha interessato in parte pazienti tossicodipendenti e ha confermato le tendenze evidenziate dalla lettura internazionale: uno su tre, oltre a soffrire di dipendenza da sostanze stupefacenti, era anche un giocatore patologico. Considerando che seguiamo circa 3 mila persone all’anno, l’incidenza è notevole». Si tratta, in sintesi, di un problema che interessa più di frequente i «poliabusatori», soggetti cioè in cui le compulsività si sommano e danno origine a una miscela esplosiva e dannosissima. Per loro il cammino che porta alla sobrietà è davvero difficile.
«In questo caso, naturalmente, il percorso di recupero è ancora più complesso rispetto a una monodipendenza – conferma il direttore -, anche perché nella maggior parte sono soggetti con grossi problemi anche a livello sociale e personale. Spesso gli ausili di tipo psicocomportamentale hanno un grosso significato, comprese le terapie di gruppo».na.da.

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Schiavi del gioco, 15 mila nel tunnel

Nel Bresciano è sorto un gruppo di auto aiuto: l’obiettivo è sconfiggere il vizio

di Natalia Danesi

C’è chi ha perso la famiglia, i figli, l’abitazione, nel migliore dei casi l’automobile. Qualcuno si è ridotto a rubare. Qualcun altro è stato costretto a farsi prestare consistenti somme di denaro ed è finito sotto le grinfie degli usurai. Tutti, o quasi, hanno speso i guadagni di un’intera vita di lavoro e accumulato debiti pesanti con le banche o con le finanziarie.
Sono i giocatori compulsivi, vittime di una schiavitù silenziosa, taciuta, dolorosa. E poco importa che a rovinarli siano stati i videopoker o le carte, le scommesse, il lotto o il superenalotto. Il vizio si è presto trasformato in malattia e ha sconvolto, travolto, spezzato la loro vita.
Secondo i Ga (Giocatori anonimi di Brescia), in provincia ce ne sono tra i 12 e i 15 mila. Certo, non tutti puntano migliaia di euro e non tutti hanno sviluppato una dipendenza «morbosa» dal gioco. Ma cadere nel baratro è molto più semplice di quanto si creda. Basta un attimo. E se prima la tentazione veniva soprattutto alle persone di mezza età, ora il fenomeno comincia a toccare anche i giovani.
Il gruppo dei Ga (sito Internet www.giocatorianonimibrescia.net, numero di telefono 3208403738) è nato cinque anni fa. Come quello di Brescia, in Italia ce ne sono altri ventiquattro, concentrati soprattutto nelle regioni del nord.
Ogni mercoledì sera, dalle 21 alle 23, i giocatori compulsivi della città e della provincia (sono tra i quindici e i venti) si riuniscono in una sala della Casa delle associazioni, si siedono in cerchio e lì raccontano il loro calvario. Parlano della situazione che hanno creato con i loro familiari, cercano una soluzione ai loro problemi, si fanno forza a vicenda.
In via Cimabue in questi anni ne sono passati oltre duecento. Sono uomini e donne, operai e avvocati, consulenti e dirigenti. Ognuno ha giocato il doppio, il triplo, il quadruplo di quello che aveva, a seconda delle sue possibilità.
A parole denunciano i creditori, che da amici presto si trasformano in usurai, le bische clandestine («ce ne sono decine e decine disseminate per la provincia», dicono), lo Stato che legalizza le slot machine. Ma alla fine continuano a chiedersi perché è successo. E, il più delle volte, non riescono a darsi una risposta.
Quando arrivano al gruppo, tutti o quasi sono già convinti di smettere, in cerca della ricetta magica per la sobrietà. Ognuno si ritrova alle spalle una storia diversa. Storie di debiti, ma spesso anche storie di famiglie distrutte, di separazioni e divorzi. Sì, perché i giocatori incalliti mentono alle mogli, ai mariti, ai figli. Aspettano per anni la vincita clamorosa, quella con cui - come per magia - potranno coprire tutti i debiti che hanno contratto anno dopo anno. Quella vincita che però non arriva mai, fino al giorno in cui qualcuno scopre il loro segreto, e in un attimo il castello di carte crolla, lasciandosi alle spalle solo distruzione.
Nell’arco delle due ore settimanali nella Casa delle associazioni, proprio come succede per i più noti alcolisti anonimi, i giocatori compulsivi raccontano a turno la loro esperienza. Spiegano le loro sensazioni, dicono se, come e quando hanno pensato di ricaderci, o quando l’hanno fatto. Se capita, accanto al loro nome è segnato un asterisco. Se no, il conto dei giorni di sobrietà sale. E anche l’autostima.
Essere «sani» da almeno sei mesi è la condizione essenziale per diventare presidenti del gruppo. Tra i giocatori, con il passare del tempo, si crea un legame forte, una specie di famiglia dove tutto si può raccontare liberamente, senza paura di essere giudicati o di deludere le aspettative di chi si ama: tanto che molti si sentono al telefono o escono a mangiare la pizza il sabato sera.
Stando all’esperienza del Ga, il 60-70 per cento di chi frequenta le riunioni è «in astinenza», ce la fa. Anche se a distanza di anni sente ancora la pulsione, l’adrenalina, la voglia di prendere in mano le carte, entrare in una ricevitoria o estrarre una moneta dalla tasca e inserirla nella macchinetta. Ma anche spendere pochi spiccioli vuol dire ricaderci. Anche cominciare una partita a briscola con un amico puntando soltanto una tazzina di caffè. «Chi sente la pulsione, la febbre del gioco, non deve iniziare - consiglia Carlo, 50 anni, nome fittizio -. Quando ci sei dentro smettere è troppo, troppo difficile».

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«Per il vizio mi sono venduto la casa»

Perse migliaia di euro al casinò, si voleva suicidare: «Non l’ho fatto per i miei»
di Natalia Danesi

«Ho giocato l’ultima volta due anni e mezzo fa, ho perso in una sera decine di migliaia di euro. Uscito dal casinò, mi sono fermato su un ponte e ho pensato: "Ora mi butto giù". Se non l’ho fatto, se non mi sono suicidato, è stato solo per la mia famiglia. Solo grazie a loro ce l’ho fatta».
Carlo, 50 anni, vive in un paese della Bassa bresciana. Il suo calvario è iniziato vent’anni fa. La sua «droga»? Il mazzo di carte.
«Ho iniziato giocando nei bar, nelle bische clandestine - racconta senza risparmiarsi niente -. Poi sono passato ai casinò. Ero capace di andarci tre o quattro volte alla settimana. È lì che mi sono rovinato».
«Il mio lavoro - continua Carlo - mi portava spesso fuori casa. Capitava che durante la giornata sentissi tre o quattro compagni di gioco e che decidessimo di trovarci la sera stessa. A volte stavo seduto al tavolo dalle 10 di sera alle 5 di mattina». E ancora non era abbastanza.
«Quando cominci, dopo un po' di tempo non dai più valore ai soldi. Speri sempre che arrivi la vincita miracolosa. Intanto il conto in banca va in rosso, cominci a chiedere denaro in prestito e i creditori iniziano a "martellare". Ero arrivato persino al punto di avere diverse banche, oltre a quella "ufficiale", per potermi gestire i soldi come volevo, senza dover chiedere niente a nessuno».
Probabilmente Carlo avrebbe continuato a giocare fino a rovinarsi definitivamente, inesorabilmente, irrecuperabilmente.
Perché alla fine gli piaceva, lo faceva stare bene: «Era una botta di adrenalina stare seduto lì al casinò, magari con qualche personaggio potente, e con venti persone dietro al tavolo da gioco che stavano a guardarti, e aspettavano le tue mosse».
Se non fosse che un giorno, fortunatamente, la moglie ha scoperto che il conto era stato completamente prosciugato. Centinaia di milioni. E i debiti si stavano accumulando di giorno in giorno. «Il momento più difficile? Quando ho dovuto dire tutto ai miei figli. Per molto tempo non mi hanno parlato».
Carlo ha iniziato a «ripulirsi» due anni e mezzo fa. «Nel 2004, una domenica di febbraio, solo in casa, ho capito che se non avessi fatto qualcosa avrei perso la mia famiglia. Ho chiamato gli Alcolisti anonimi, che mi hanno dato il numero dei Ga».
« Da due anni e mezzo ormai non gioco più - conclude Carlo -. Anche se non credo di esserne uscito, non ancora. Confesso che ogni tanto la mattina, quando mi faccio la barba allo specchio, penso alle carte. La strada per venirne fuori è lunga e faticosa».

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LA STORIA DI PARIS, 60 ANNI

Una fortuna bruciata nelle slot machines
Poi la moglie lo ha scoperto. E adesso per aiutarlo gli dà la «paghetta»

Paris, una sessantina d’anni, è pensionato, ha una bella moglie e due figli. Qualche anno fa si è lasciato tentare dalle New Slot, che ai tempi si chiamavano ancora videopoker. Da allora la sua vita è cambiata radicalmente. «È vero, avevo un debole per le macchinette - confessa -. Ho perso centinaia di milioni, sono arrivato a spendere anche duecento euro in un giorno. Bisognerebbe demolirle: metterci un euro vuol dire tirarne fuori almeno altri cento. Ma, in realtà, qualsiasi cosa è nociva per noi compulsivi, anche la schedina del lotto o del superenalotto».
La giornata di Paris era scandita dal ritmo del gioco. Faceva una puntatina prima di andare al lavoro, poi in pausa pranzo, e la sera prima di tornare a casa. «Ero capace anche di starci tre o quattro ore. Quel meccanismo ti tira dentro, non c’è niente da fare. Se ti paga dieci euro non ti accontenti, ne rimetti dieci e poi dieci ancora fino a quando vai in rovina. Ai tempi c’erano anche baristi che prestavano i soldi perché tu potessi giocare ancora e ancora, sempre di più».
Chi non lo subisce, non può capire il fascino che esercitano le macchinette sui giocatori compulsivi. Non c’è nemmeno il piacere di stare seduti a un tavolo con un mazzo di carte in mano. Non c’è neppure da pensarci su, da studiare una strategia: semplicemente bisogna inserire una moneta e schiacciare un tasto, sperando nella buona sorte.
«Dopo qualche tempo avevo speso tutto quello che guadagnavo, e anche di più. I creditori hanno iniziato a bussare alla porta, e mia moglie se ne è accorta, ha capito che qualcosa non andava. Mi ha preso per un orecchio e mi ha portato qui, al Ga. E per fortuna che c’era lei».
Oggi Paris è il presidente di turno dei Giocatori anonimi. Per assumere la carica, bisogna essere «sobri» da almeno sei mesi. E lui ce la sta facendo, è molto tempo ormai che non si avvicina alle slot.
Anche se confessa che non è stato per niente facile, anzi: «Dopo un mese che non giocavo, ci sono ricascato. Sono entrato in un bar, ho comprato le sigarette e mi è rimasto in mano un euro. Non ho resistito, ho visto la macchinetta libera e ho giocato. Quando ho partecipato alla serata settimanale del gruppo, hanno messo un asterisco accanto al mio nome, per segnare che avevo avuto una ricaduta».
Se sta uscendo dal tunnel, è soprattutto merito della sua famiglia. «Adesso ho la paghetta (sorride): mia moglie mi dà i soldi per la benzina e le sigarette. Meno ne ho in tasca, meno mi viene la tentazione di giocare. Anche se nei primi tempi era un incubo: di notte mi vedevo la slot davanti agli occhi».
A chi sente il fascino del gioco, dà un consiglio: «Meglio cercare di stare meno possibile al bar. Io ci entro ancora, ma giro la schiena alle macchinette: il tempo di bere un caffè, e poi via di corsa».na.da.

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LE «NEW SLOT» SONO APPARECCHI PER IL GIOCO LEGALI / In tutta Italia sono 187.967

A Brescia attive 4 mila «macchinette»
«Dovrebbero essere non abolite, ma addirittura demolite», dice il presidente del Ga

Secondo una stima dei Giocatori anonimi, almeno il 70 per cento degli utenti che passano dalla Casa delle associazioni è stato tradito dalle macchinette, dalle New Slot. «Dovrebbero essere non abolite, ma addirittura demolite - dice il presidente di turno del Ga, che naturalmente chiede l’anonimato -. Certo, qualsiasi gioco è nocivo per noi, ma il meccanismo è perverso: come ci si mette un euro, se ne tirano fuori cento».
A BRESCIA OLTRE 4 MILA SLOT. Secondo i dati di Aams (Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato), negli esercizi di tutta Italia sono installati ben 187.967 apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro. La Lombardia con le sue 37.584 slot detiene il primato, seguita dal Lazio (23.927) e dall’Emilia Romagna (16.807): la maggior parte (28.485) si trova nei bar, ma ce ne sono ben 4.355 anche nei magazzini, 1.366 negli esercizi che raccolgono scommesse e 1.306 nelle sale giochi. Le restanti sono installate nelle agenzie di scommesse (586), negli alberghi (65), nei circoli privati (581), nei ristoranti (806) e negli stabilimenti balneari (5). E anche Brescia non scherza: sono 4.287 gli apparecchi installati in provincia, 909 dei quali in città.
L’EVOLUZIONE. Prima del 2003 non esisteva in Italia una legislazione che differenziasse apparecchi con e senza vincita in denaro. I cosiddetti videopoker (apparecchi ad alea programmata, con una scheda che gestisce il gioco e determina qual è la percentuale di vincita del giocatore) erano assimilati ai videogiochi, e i punti vinti dal giocatore, secondo un tacito accordo con il gestore dell’esercizio commerciale, erano cambiati in denaro. Il vuoto normativo, poi colmato dall’articolo 110 del Tulps che ha disciplinato le forme di gioco lecito, determinava irregolarità di diverso genere: in alcuni casi, per esempio, il gestore riusciva a intervenire con un telecomando e a stabilire la percentuale di successo. Dopo una fase transitoria (nella quale i gestori che volevano continuare a tenere installati i videopoker hanno dovuto presentare un’autocertificazione e pagare le imposte per gli anni precedenti; in questo caso era vietata la vincita in denaro e la partita poteva essere ripetuta al massimo 10 volte), con la Finanziaria del 2004 i videopoker sono stati dichiarati illegali e da rimuovere, ed è partito il mercato delle New Slot (marchio depositato dai Monopoli, un po' come il Toto).
LE NEW SLOT. I quasi 190 mila apparecchi installati in Italia erogano direttamente la vincita in denaro, secondo un’alea programmata, ma determinata dal range (ai tempi la percentuale di vincita minima fissata per legge era del 75 per cento nell’arco di 14 mila partite). Per essere legali, gli apparecchi devono essere collegati alla rete telematica dei Monopoli di Stato, perché solo in questo caso il controllo di liceità è garantito. Dal 31 ottobre del 2004 dieci concessionari di rete (tra cui Sisal, Lottomatica e Snai) sono responsabili della gestione, registrano tutte le partite ed effettuano una serie di controlli, che poi trasmettono alla rete di Aams. Spesso il barista non possiede la slot, ma mette a disposizione lo spazio e stipula un contratto con il concessionario che prevede il guadagno di una certa percentuale sulle vincite.
Se l’apparecchio non è collegato alla rete di Aams non è conforme, così come (talvolta accade) se si presenta sotto l’aspetto di videogioco da intrattenimento e in modo fraudolento è modificato con codici o soluzioni tecniche per accedere al gioco del poker. Gli stessi apparecchi devono avere un nulla osta di distribuzione e un nulla osta di esercizio (esposto per garanzia del giocatore), rilasciati dagli appositi organismi di certificazione. Gli apparecchi, infine, sono vietati ai minori di 18 anni.
IN ARRIVO LE NUMERO 2. Dopo le New Slot, stanno per arrivare le New Slot 2. Il decreto interministeriale al vaglio della Commissione Europea introduce un’ulteriore restrizione nelle caratteristiche degli apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro. Quelli in rete rimarranno sul mercato e saranno cambiati entro un certo lasso di tempo. Nei nuovi sarà invece individuato il produttore di scheda di gioco, che si dovrà accreditare presso l’amministrazione e dovrà utilizzare una smart card fornita dall’amministrazione stessa, e allocata nella scheda elettronica. Se la macchina non sarà collegata alla rete, e quindi non sarà sotto controllo, non potrà essere attivata. Nell’intento dei Monopoli di Stato, si tratta di un’ulteriore garanzia per il giocatore. Ma non tutti sanno che - come si è detto nel corso del convegno che si è svolto a Montichiari (di cui parliamo a parte) - l’aspettativa negativa di guadagno delle macchinette è ben del 92 per cento. E se nel 2004 la raccolta dell’Aams per gli apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro è stata di 4 mila milioni di euro, nel 2005 è salita fino a raggiungere i 10 mila 500 milioni.na.da.

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