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mercoledì 16 novembre 2005



-IL FOTOGRAFO. Parla Gian Butturini


«Un passo indietro di oltre trent’anni»


L’artista bresciano iniziò la carriera a Trieste, nel manicomio di Basaglia


«Siamo tutti un po’ colpevoli degli abusi nei confronti dei malati psichiatrici. Questo ho imparato da quella grande persona che era Franco Basaglia, padre dell’antipsichiatria e promotore della legge per la chiusura dei manicomi. La società bresciana deve avere un altro approccio nei confronti della follia, del diverso. Solo così non rischiamo di tornare alla riapertura del "reparto sudici" o del "reparto lobotomizzati", veri e propri gironi infernali».

A parlare con rabbia è Gian Butturini, fotografo bresciano classe 1935, che iniziò la sua carriera artistica agli inizi degli anni Settanta nel manicomio di Trieste, dove lavorava lo «psichiatra antipsichiatria» Franco Basaglia. È arrabbiato perché già nel 1985 fece un servizio fotografico sugli «ospiti» di viale Duca degli Abruzzi, «e mi resi conto di come, al di fuori della residenza protetta, fossero malvisti. Anche nel bar dove andavano a bere un bianchino».

Quel disagio Butturini l’ha immortalato in centinaia di fotogrammi in bianco e nero. Certo sono nulla rispetto alla crudezza delle fotografie di «Tu interni io libero», il suo libro uscito nel 1974, che ritrae la bestialità con la quale erano trattate decine di uomini e donne. Ironia della sorte, una decina di quegli scatti sono esposti proprio in questi giorni (fino all’8 gennaio) nella mostra «Il volto della follia. Un secolo di immagini del dolore», allestita a palazzo Magnani di Reggio Emilia e a palazzo dei Principi di Correggio. Cinquecento fotografie scattate dai migliori fotografi dell’epoca (oltre a Butturini, ci sono Luciano D’Alessandro, Gianni Berengo Gardin, Carla Cerati, Uliano Lucas, Ferdinando Scianna, Raymond Depardon), che documentano gli ambienti e la vita all’interno degli ospedali psichiatrici.

«Il progetto di Basaglia era quello di togliere i matti dalla categoria delle "cose" - chiude Butturini -. Cose da mettere da parte perché non più utili a questa società iperproduttiva. Non vorrei che a Brescia si stesse tristemente facendo un grande passo indietro. Di oltre trent’anni»

.Pietro Gorlani

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