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LAcb presenta i Piani di zona: Comuni associati per la gestione dei servizi sociali
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dal GIORNALE DI BRESCIA del 30 genneio 2002
Insieme per lassistenza
Un coordinamento delle risorse a vantaggio del territorio
La rivoluzione «copernicana» dei servizi sociali del territorio è inserita in un atto dagli immediati effetti amministrativi. La Legge 328 del 2000 configura infatti il Piano sociale di zona come lo strumento strategico per i Comuni associati, attraverso il quale si realizza il governo dei servizi sociali territoriali. Il legislatore, applicando i principi generali del decentramento amministrativo, individua nel Piano di zona lo strumento privilegiato per dare risposte ai problemi delle persone e delle comunità locali, tracciando una mappa dei bisogni prioritari, delle strategie di prevenzione, delle risorse disponibili e ovviamente dei soggetti sia istituzionali che del volontariato, quindi della comunità, che vi operano. La redazione di un Piano sociale di zona richiama dunque immediatamente la necessità di avviare unorganica progettualità sociale tra i Comuni di uno stesso distretto sanitario, annunciando un iter che si annuncia, già da ora, tortuoso. Non tanto perché il progetto viene generalmente pensato ed elaborato unicamente a partire dal «sintomo», ovvero da manifestazioni esterne dello «star male» e perché di solito solo davanti a fenomenologie più o meno complesse, veri e propri processi di emergenza sociale, si decide di promuovere iniziative sociali, ma anche perché alla base dellavvio del sistema dei Piani di zona cè la prospettiva di passare dalla «gestione» alleffettiva attività di governo, svolta attraverso la mobilitazione di una serie di soggetti, intraprendendo azioni politiche in contesti dinamici, affollati di attori.
Riusciranno i nostri sindaci locali a vincere la «naturale» riottosità a trattare con le Amministrazioni vicine o lattrazione del campanile a favore di un complessiva capacità strategica? «Non è facile rispondere a questa domanda, ma certo alla costruzione dei Piani di zona deve corrispondere ununivocità di indirizzo e di orientamento anche di costruzione del consenso nei confronti del sistema degli attori locali» ha sostenuto ieri Ambrogio Paiardi, sindaco di Orzinuovi e presidente della Conferenza dei sindaci della Asl di Brescia, a margine di un incontro tenutosi dallAcb nella sala convegni della sede di via Dalmazia della Regione Lombardia. Una riunione partecipata (cerano oltre 80 sindaci e varie Comunità montane) nella quale si è effettuata la disamina del provvedimento che attribuisce alla Regione Lombardia oltre 124 miliardi di lire da destinare ai Comuni, attraverso i 106 Distretti sociosanitari, e la redazione di appositi Piani di zona, mentre 78 miliardi sono messi a disposizione delle Asl per interventi nel socio-sanitario. «Sono questi fondi aggiuntivi rispetto alle risorse del Fondo nazionale per la lotta alla droga, allhandicap grave, per le opportunità per i minori, le politiche migratorie, i senza fissa dimora, lhandicap o le adozioni internazionali, riconoscendo ai Comuni, nelle loro realtà distrettuali, il ruolo attuativo della riforma mediante i Piani di zona che dovranno essere costruiti dai Comuni e dai Dipartimenti sociali delle Aziende sanitarie locali» ha sottolineato Paiardi. Allassemblea dellAnci, aperta da Guido Bussi, sono intervenuti Pierfranco Maffé, assessore ai Servizi sociali di Monza, e Giacomo Bazzoni, presidente del Dipartimento servizi alla persona dellAnci Lombardia. Importanti le prime indicazioni date dallAsl per lapplicazione della legge già a partire dalle forme associative. LAsl ha infatti richiamato limportanza della definizione delle forme associative tra Comuni (consorzio, associazione, Comune capofila...) come atto preliminare, fermo restando che i Comuni che non si associano saranno esclusi dai finanziamenti.
Ai Comuni associati spetta poi la compilazione di un Piano di zona che avrà valenza triennale che individui obiettivi strategici, priorità di intervento e mezzi di realizzazione con le modalità di organizzazione dei servizi, delle risorse finanziarie e di concertazione con lAsl. Il Piano di zona deve poi, nelle previsioni, tendere allo sviluppo di interventi volti a mantenere a domicilio i soggetti fragili (impiegando il «buono») ed alla razionalizzazione ed al potenziamento dei servizi sociali con particolare riguardo al servizio di pronto intervento sociale, ai ricoveri di sollievo in supporto alla domiciliarità. Tutti obiettivi che Paiardi definisce in realtà strumentali «alla costruzione di una casa comune per la gestione dei servizi sociali, mentre in questa fase si deve ragionare per "obiettivi minimi"». E gli «obiettivi minimi» prevedono nella prima fase di attuazione della legge listituzione del servizio sociale professionale in ogni Comune, la ricognizione delle prestazioni erogate dai singoli Comuni con la definizione della prestazione «minima» da erogare in modo omogeneo nel distretto e lavvio, lo sviluppo e il potenziamento degli interventi volti al mantenimento a domicilio dei soggetti fragili (anziani, disabili, minori...). Sul tutto «vigilerà» un opportuno Ufficio di piano. Roberto Manieri