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 12/06/07


LA VENDITA REVOCATA  

Via Romiglia, un immobile che deve restare «luogo della speranza» 

Il 29 maggio scorso la Giunta provinciale responsabilmente e all’unanimità ha temporaneamente revocato la vendita all’asta dell’immobile di via Romiglia n. 1, da sempre «incluso nella cinta» dell’ex ospedale psichiatrico, e oggi utilizzato con successo per servizi di salute mentale territoriale. La proprietà del fabbricato - che l’ufficio stampa dell’Asl con una lettera al direttore di fine maggio ha motu proprio già assegnato alla Provincia - è però rivendicata da oltre quattro lustri dall’Azienda Ospedaliera che ne contesta lo scorporo avvenuto nel dicembre 1978 insieme alla vasta area agricola annessa; quattro giorni prima della firma della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale che disponeva il contrario. Cominciamo allora dall’inizio.

«Il Manicomio di Brescia, eretto a spese della Provincia, è destinato ad accogliere, a mantenere e curare i mentecatti poveri della Provincia stessa». Così recitava l’articolo 1 del «regolamento organico» utilizzato dal primo maggio 1894 con l’ingresso del primo ammalato nei padiglioni del complesso «posto fuori porta Venezia, a sinistra della strada per Borgosatollo».
E siccome alle spese del Manicomio si doveva provvedere anche «col ricavo del lavoro dei ricoverati e colla rendita del fondo annesso allo stabilimento», e siccome il lavoro rende liberi: la cosiddetta Colonia agricola oltre che di canonici locali rurali fu dotata anche di un padiglione ove il 16 settembre 1904 «si ravvisò necessario l’impianto di una linea telefonica interna» per «semplificare le comunicazioni fra il Manicomio centrale e la Colonia ove ormai trovansi venticinque letti, già destinati a 20 malati e a tre inservienti».

Il Consiglio provinciale nella seduta del 9 agosto 1915 prendeva atto che «quando si è proceduto alla costruzione del nuovo padiglione per la colonia agricola si è mantenuto il vecchio e cadente fabbricato rustico, che chiude a levante il cortile, per temporaneo deposito di derrate ed attrezzi rurali», ma che ora bisognava demolirlo per erigere poi «un porticato di passeggio e di soggiorno pei ricoverati, analogo a quello che abbiamo in quasi tutti gli altri padiglioni». I Consiglieri autorizzarono l’opera confortati anche dalle relazioni del Direttore del Manicomio e dell’ingegnere capo della divisione tecnica. Il primo aveva scritto che per portare a termine la demolizione: «Presentemente i lavori potrebbero essere eseguiti con sollecitudine e con non molta spesa, usufruendo dell’opera dei malati». Il secondo aveva osservato che «la spesa per i serramenti costruiti al Manicomio si riduce solo all’importo della materia prima essendo il lavoro eseguito tutto dai ricoverati e dall’infermiere a cui nulla in più si deve corrispondere».

Anni dopo, il primo febbraio 1930 venne appaltata la «sistemazione del fabbricato rustico in lato mattina della Colonia agricola» che «trovasi nel cortile dell’edificio colonico adibito a malati». Rustico da sistemare che in quel momento ospitava la «cucinetta per la confezione della polenta ai maiali, lo stabularium e il deposito dei concimi» ma che avrebbe successivamente permesso «di creare nuovi locali di soggiorno e di lavoro per i ricoverati, col vantaggio di aumentare il numero dei malati da collocarsi alla colonia».

Nel 1948, a fine anno, l’amministrazione provinciale procedette al meticoloso inventario di mobili e materiali, e settantatre furono i letti in ferro con rete metallica contati nell’ultimo padiglione in elenco, e cioè quello «presso la colonia agricola» dove oggi operano il centro psicosociale e il centro diurno del dipartimento di salute mentale. I 4 coloni responsabili di bestie e campi, alloggiavano invece in altrettanti locali situati nel fabbricato quadrangolare poco distante, dove oltre agli attrezzi agricoli erano situate stalle, fienili e magazzini.

Successivamente, nei primi anni sessanta, cessarono i ricoveri in manicomio di agricoltori poveri affetti da pellagra. Una malattia, causata dalla mancanza di vitamina B3 (niacina) nell’organismo, che portava alla demenza e alla conseguente segregazione manicomiale. Ci erano voluti due secoli di teorie le più astruse per appurare che la principale causa della carenza di niacina dipendeva dalla differente preparazione della farina di mais e che la vitamina B3 contenuta nelle tortillas messicane al contrario di quella presente nella polenta era assorbita dall’organismo. Negli anni cinquanta bastò convincere i tanti contadini - che mangiavano solo polenta e vivevano in miseria in terra bresciana con le loro famiglie - a seguire la stessa dieta dei poveri del nostro meridione. Avrebbero continuato a rischiare di morire di fame, ma non di pellagra. E anche per questo la «Colonia agricola annessa all’Ospedale Psichiatrico» perse man mano braccia e interesse terapeutico anche se continuò a fornire pur ridotte derrate alimentari alla mensa interna.
Contemporaneamente era fortunatamente cominciata l’era dei farmaci e il «volto del malato mentale era mutato» come osservava e scriveva il Professor Basaglia. Non mutò invece la deferente attenzione verso chi le sparava più grosse, tanto che la «verità» che nella prima metà degli anni settanta faceva tendenza sosteneva che «La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come la ragione». «La società per dirsi civile dovrebbe accettare la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragione d’essere».

E fu così che alcuni alti funzionari di enti pubblici, trovandosi con le risorse all’osso, trassero da questa teoria uno sprone e una giustificazione per adocchiare e fare «carte false» per ottenere una porzione del patrimonio immobiliare costituito dal Manicomio provinciale, in fase di dismissione per ben più seri motivi.

Quest’anno, per ricordare alla cittadinanza il Dottor Franco Basaglia è stata individuata un’area verde, che a lui sarà intitolata, vicino alla «Cittadella Asl» di via Duca degli Abruzzi. Scelta condivisa anche dalla maggioranza dei genitori che riconoscendo i prevalenti meriti dello scienziato veneto gli hanno da tempo perdonato di avere anche lui cavalcato la falsa, falsissima e stigmatizzante teoria oggi del tutto sconfessata che «la famiglia è il crogiolo della schizofrenia».
In conclusione: dei 130.000 metri quadrati, che formavano la Colonia agricola, scorporati dalla Provincia con la delibera del 19 dicembre 1978, i 103.000 destinati poi a edifici scolastici e i circa 25.500 alienati nel 2005 - a un prezzo al metro quadro pari a quanto si paga un chilo di ciliegie novelle - lasciamoli pure in pasto ai due uffici legali che da una generazione se ne contendono l’eredità.

Ma i 1469 metri quadrati di via Romiglia n. 1 e la vicina serra diventino per i Comuni bresciani «il luogo della memoria», e restino per la salute mentale il «luogo della speranza». Valgono troppo per essere messi in vendita.

CARLO COLOSINI
Presidente di Alleanza per
la Salute Mentale Brescia
Gussago
 

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