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dal di lunedì 17 maggio 2004

Il disagio mentale nella morsa di una sanità che punta al risparmio
AIUTIAMOCI A VIVERE
di Adalberto Migliorati
  
«Ogni volta che c’è un crimine efferato si comincia a parlare di malattia mentale, si dà il segno alla gente che il malato mentale debba ritornare ad essere un recluso». «Alleanza per la salute mentale» è un’associazione che raccoglie i portatori di disagio di salute mentale, cerca di interpretare i loro bisogni e raccoglie soprattutto i parenti di coloro che sono portatori di disagio mentale.

Ha acceso i riflettori su queste problematiche, al convegno promosso dalla San Vincenzo su «Il Servizio sanitario nazionale e le fasce deboli», Carlo Colosini. Ecco alcuni spunti. La prima questione con la quale dobbiamo confrontarci è «la marginalizzazione del disagio mentale... lo stigma che è radicato ancora in modo molto pesante dentro la nostra società e dentro il nostro modo di comportarci. E questo stigma è il problema più grave; questa emarginazione è una sorta di malattia che penetra in tutti i gangli della società, compreso, molto spesso, quei pezzi di società che sarebbero preposti alla cura del disagio mentale. Questo, insisto, è il problema più grave e più importante.

Senza questo approccio culturale, senza la presa d’atto che la malattia mentale è malattia come tutte le altre, non riusciremo mai a dare una coerente risposta alla necessità di dare diritti ai portatori di malattia mentale...». La seconda questione è la carenza di risorse. «Crea grandissimo disagio, tende a smantellare quella rete che in qualche misura ti difendeva; il territorio viene lasciato sempre più a se stesso perché non ci sono risorse; i Cps (Centri psico sociali) diminuiscono, i presidi sul territorio diminuiscono, diminuiscono gli addetti ai presidi e questo si traduce in uno scompenso.

Fino a qualche tempo fa avevamo una determinata frequenza di controlli, nel momento in cui al Cps riducono il personale la frequenza diminuisce. Ma la frequenza e il monitoraggio del paziente sono un pezzo del percorso terapeutico: c’è un controllo sulle medicine date, c’è un controllo su quel che sta maturando in quel momento, e dunque c’è una capacità di rimettere in linea i protocolli terapeutici. L’altra questione, poi, è che questa carenza crea un disagio di altro tipo, perché il paziente psichiatrico perde il suo terapeuta di riferimento; perché turni, malattie, precariato e altro, rompono questo rapporto. Per cui oggi io vado a parlare con lo psichiatra, tra un mese parlo con un altro e dopo un mese con un altro ancora. Oggi stiamo assistendo ad un fenomeno gravissimo: quello dell’abbandono, da parte del malato psichiatrico, del suo rapporto col Cps, perché si annoia a fare ogni volta l’anamnesi.

Tenete presente che il malato psichiatrico è un malato particolare, che ha bisogno di punti di riferimento. Non ha bisogno di essere destrutturato, ma ristrutturato per acquisire una sua capacità di movimento». Il terzo elemento è la questione, per certi versi, più politica. «Oggi, per una serie di fenomeni, la sanità pubblica è stata consegnata ai tecnici. Cosa positiva per alcuni aspetti, però si è perso il controllo collettivo sulla sanità, quindi anche il monitoraggio dei bisogni. Il referente del direttore generale non è più il territorio, non è più la necessità. Il suo referente è l’imput che gli danno riguardo al risparmio e simili. Evidentemente i tecnici sono importanti, sono l’asse portante. Tra l’altro la nostra associazione ha un rapporto splendido con molti psichiatri e psicologi bresciani, che sono di grande livello. Però questo è un fenomeno... Dovevamo cominciare a fare una battaglia perché dentro le strutture sanitarie torni ad esserci un controllo delle comunità, perché queste diano indirizzi, perché diano le priorità. Altrimenti le priorità non stanno nemmeno nella razionalizzazione del risparmio, ma sono semplicemente il guadagno, il risparmio per fini che non hanno nulla a che vedere con la salute dei malati».

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