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L'ARAP di Trieste ci scrive in risposta alla lettera di Dell'Acqua |
Risposta alla lettera del dottor Dell'Acqua, Direttore del DSM di Trieste (vedi link)
di Bruno Zecchini, responsabile dell'ARAP di Trieste
Trieste, 23.12.2002
Caro dottore,
la Sua lettera diretta al giornalista, ma anche a quegli amici che dichiarano utopistica la legge 180, mi offre la possibilità di fare alcune considerazioni che non vogliono essere dogmi, ma soltanto un contributo alla chiarezza.
Difendere con tanto calore quella che viene definita, a giustificazione della sua inefficienza, soltanto una legge quadro, lasci che Le dica, mi sembra un'esagerazione.
Lei contesta al giornalista di non conoscere la legge; siccome io, al contrario, la conosco bene, non provo nessun imbarazzo a chiederne la revisione, perché il suo limite è proprio quello di essere una legge quadro;
perché l'obiettivo vero di questa legge era l'abolizione dei manicomi e non la riforma dell'assistenza psichiatrica, l'idea di abolire i manicomi era diventata un'idea fissa, che oscurava tutto il resto (da una dichiarazione del prof. G. Jervis, al fianco di Basaglia a Gorizia);
perché essa, mentre stabiliva con chiarezza i suoi princìpi ispiratori, non indicava i mezzi per tradurli in pratica sul piano del finanziamento, del coordinamento, dell'assetto organizzativo e delle sanzioni verso le amministrazioni inadempienti;
perché per dare contenuti concreti a questa legge quadro non bastano certo i Progetti Obiettivo, giacché Lei sa meglio di me che questi Progetti da un punto di vista giuridico valgono meno di niente!;
perché, sancendo la chiusura dei manicomi senza prima aver organizzato strutture di cura adeguate, essa ha abbandonato i malati psichici al loro destino in nome di un'illusoria libertà (La libertà è terapeutica! è solo uno slogan propagandistico. Quale libertà ci può essere senza la salute, senza un lavoro autosufficiente o con una pensione di 218 euro mensili? Non scherziamo!!!);
perché non garantisce il diritto alla cura dei malati inconsapevoli;
perché essa ignora la cronicità e prevede solo una sedazione massiva e di breve durata;
perché Queste carenze hanno generato in certe situazioni abbandono dei pazienti, trattamenti inadeguati, eccessivo sovraccarico delle famiglie (da I malati mentali. Dall'esclusione alla solidarietà., a cura della Caritas Italiana);
perché sui concetti di malattia mentale, sulle sue origini, su come interpretarla, sulle forme di terapia al di là dell'istituzione manicomiale, c'è stato un dialogo tra sordi (da Vent'anni di 180, intervista a G. Berlinguer, intitolata La malattia mentale tra scienza e politica);
perché questa legge solo teoricamente ha restituito lo statuto di cittadini a coloro che Lei, sia pure tra virgolette, definisce ancora matti;
perché, da un'inchiesta fatta dal DSM che Lei dirige, risulta che i malati di mente hanno una media di 37 anni, i genitori di 65 e nessun rapporto con altri parenti, così che alla morte dei genitori, con la legge attuale e con le pensioni che ricevono, l'unica prospettiva reale è quella di andare a pregare la carità e dormire sotto i ponti o sotto qualche sottoscala;
perché se la malattia mentale è ancora invalidante ciò è dovuto in primo luogo all'impreparazione professionale di molti operatori, alla modestia delle cure prestate, alla mancanza di una riabilitazione efficace, all'inadeguatezza dei finanziamenti per una ricerca scientifica seria;
perché in essa non c'è il minimo accenno al problema dei manicomi giudiziari;
perché, infine, sorge il sospetto che la difesa ad oltranza di questa legge da parte di tanti operatori sia più che altro dettata dal fatto che essa garantisce loro buoni stipendi e poche responsabilità.
Nella lettera al giornalista Lei afferma che, oggi in Italia, grazie a quella legge i soprusi che i malati e le loro famiglie continuano a subire, sono riconosciuti per quello che sono: ingiustizie, che proprio perché esiste quella legge sono finalmente riconoscibili come tali. Non Le sembra un po poco? Quelle ingiustizie, più che riconosciute vanno impedite!; e ancora: Le persone ancora legate ai letti, le porte chiuse, le mortificazioni corporali, gli abbandoni intollerabili sono gli oltraggi a quel diritto di cittadinanza, che oggi, quando viene violato o negato, genera imbarazzo, obbliga a nascondersi, a trovare scuse. Su tutto questo Lei mi trova totalmente daccordo, ma non Le sembra che queste pratiche infami, quando e dove sono avvenute, o avvengono, devono essere ascritte esclusivamente agli psichiatri e agli operatori che usano tali sistemi criminali? Di sicuro, di ciò, non possono essere accusati né l'ignaro giornalista né i famigliari dei malati.
Le definizioni dementi e matti, da Lei usate, non vanno bene!, e fuori dalla realtà mi sembrano alcune affermazioni come: riaversi, rimontare, molti uomini e donne che oggi lavorano, hanno una famiglia, svolgono compiti di responsabilità, frequentano i teatri, i cinema, leggono, scrivono, giocano a calcio, il diritto di esistere, abitare, lavorare, avere relazioni. Bellissimo!, ma dovrebbero essere preceduti dalla frase di Martin Luter King: Ho fatto un sogno. Assai più aderente alla realtà mi sembra l'affermazione del prof. Jervis: Quella legge è fatta in modo schematico e direi anche demagogico. Mi cascano le braccia quando sento ancora persone che dicono: la legge del '78 era fatta benissimo, era la più avanzata del mondo, solo non è stata attuata.
Che Nadia, la ragazza da Lei citata, voglia essere trattata come una persona è giusto, legittimo, umano; penso che nessuno abbia intenzione di metterla in una scatola con l'etichetta, forse sarà rimasta impressionata dalla disinformazione scatenata dagli oltranzisti della 180.
Inoltre, voglio credere assieme a Lei che la malattia mentale non risponda ad alcun decorso inesorabile, però con le cure attuali l'intrappolato rimane, purtroppo, tale qual è.
Un discorso a parte merita il problema delle cooperative sociali, ma, visto che Lei nella Sua lettera ne accenna, Le dico la mia opinione: sia la legge nazionale sulla cooperazione sociale, 381/91, sia quella regionale, 7/92, vanno riviste, ed in particolare va rivisto l'articolo 4, nel quale vengono ammucchiati, senza nessun criterio, invalidi fisici, psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, ex tossicodipendenti, alcolisti, ex alcolisti, minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare ed anche condannati ammessi alle misure alternative di detenzione». Un bel coktail, non c'è che dire. Soprattutto terapeutico!!!
Infine, dottor Dell'Acqua, voglio venirLe incontro: i malati di mente, che sono figli e fratelli nostri, si possono anche definire altrimenti, nel nostro Paese c'è questo vezzo: i ciechi diventano non vedenti, gli spazzini operatori ecologici e via mistificando, ma la sostanza non cambierà; che essi debbano vivere in luoghi dignitosi mi sembra fuori discussione, però escludo che possa servire come modello quell'autentico antro, definito pomposamente Servizio di Diagnosi e Cura, esistente nel sotterraneo dell'Ospedale Maggiore di Trieste.
Un'ultima annotazione, la segnalazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi riservo di fare in concreto un'analisi comparata delle leggi sulla psichiatria in vigore negli stati dell'Unione Europea, per controllare se veramente la nostra è la migliore del mondo. Se sì, allora povero mondo!
AugurandoLe Buon Natale e di Buon Anno, cordialmente La saluto,