Coordinamento dei Primari Psichiatri Lombardi. Lettera aperta di Luigi Benevelli: non parteciperò!

Al Coordinamento Primari
Psichiatri Lombardia

Cari amici,



sono sconcertato del fatto che l’ordine del giorno dell’incontro del nostro Coordinamento convocato il 13 p.v. a Milano non contenga un punto riguardante il pssr lombardo 2002-2004 e che non se ne possa discutere nemmeno nelle “varie ed eventuali” vista la corposità degli argomenti in discussione ed i limiti di tempo predefiniti per la chiusura dei lavori. Questo comporta che prima del 22 gennaio 2002, data in cui il pssr sarà discusso in Consiglio Regionale, il Coordinamento, che dovrebbe essere un organismo consultivo della giunta regionale, non esprimerà alcun parere!

Mi inquieta poi che i primari psichiatri della regione lavorino per implementare le prescrizioni del pssr, allo stato ancora una proposta e non una disposizione formalmente assunta, senza ragionare e discutere su molti suoi assunti, a mio avviso francamente discutibili. Al riguardo non capisco se i primari psichiatri lombardi non possano (impediti da chi o da che cosa?) o non vogliano (perché?) affrontare insieme problemi scottanti e delicatissimi che li riguarderanno nei prossimi anni direttamente per le loro responsabilità professionali di dirigenti di un servizio di sanità pubblica.

C’è l’autonomia della politica e quindi è del tutto legittimo che la giunta Formigoni scelga di fare ciò che ritiene più opportuno (e poi risponderne ai cittadini) nel campo delle attività socio-sanitarie. Ma i funzionari dirigenti hanno il dovere di misurarsi con la natura delle scelte della giunta e valutare l’impatto delle stesse sullo stato di servizi di salute mentale.

E’ mia opinione che il pssr, lasciato così com’è, smantellando la psichiatria di comunità, produrrà la legittimazione dell’abbandono delle situazioni “gravi”, danni alle attività di salute mentale ed ai diritti di cittadinanza di persone emarginate, sole e a minor potere contrattuale di cui non si può ignorare l’esistenza. In particolare, il modo con cui il pssr enfatizza il ruolo della famiglia e l’esercizio della libertà di scelta, impedisce di vedere le situazioni nelle quali non vi è più famiglia o la famiglia non è in grado di badare a sé, chiedere, contrattare e le situazioni nelle quali non vi è capacità di scelte, quantomeno utili alla soluzione dei problemi.

L’assistenza psichiatrica, da quando esiste come attività di sanità pubblica, si occupa di queste situazioni, ma, peraltro, problemi simili sono posti su larga scala anche dagli anziani non autosufficienti. A questo ultimo riguardo, dove io vivo e lavoro, a differenza di altri territori della Lombardia, l’ASL da anni ha attivato l’Unità di Valutazione Geriatria (UVG) che definisce le graduatorie per l’accesso alle RSA. Ebbene, il criterio che definisce la condizione di maggior bisogno è quello della “solitudine assoluta” della persona. Questo vuol dire che esistono molti cittadini anziani, pieni di malattie e acciacchi, spesso poveri, isolati nei loro domicili, che non hanno più relazioni famigliari o di parentela su cui contare. Quale libertà di scelta possono esercitare queste persone, di quali informazioni sono in possesso per poter decidere al meglio e se in possesso di adeguate informazioni, siano in grado di usarle in modo appropriato, efficace? Ho posto recentemente la domanda ad un funzionario della Regione che mi ha risposto: “c’è sempre la famiglia”!!

Come quel funzionario, il pssr non risponde al problema che si pone quando la famiglia non c’è o “non funziona”. Non si tratta di una questione marginale perché il suo riconoscimento è costitutivo della funzione della “tutela”, una funzione che comunque è dello Stato ed è stata sempre propria del servizio pubblico. Se la Lombardia vuole essere una “Regione-Stato”, non può ignorane l’esistenza non prevederne la risposta. In caso contrario, salta uno dei pilastri su cui regge il patto di cittadinanza.

Rileggendo il pssr, ho pensato al modo con cui gli alienisti italiani si batterono dalla seconda metà dell’800 per avere una legge dello Stato che riconoscesse la loro responsabilità professionale nella tutela dei malati di mente. Questa stessa passione l’ho ritrovata negli psichiatri italiani, a partire dagli anni ’50 del XX secolo, per affermare i migliori trattamenti possibili coniugati col rispetto della dignità delle persone affette da gravi disturbi mentali. Il pssr lombardo produce una cesura profonda nella continuità storica di questa cultura ben rappresentata nel documento del Comitato Nazionale per la Bioetica del novembre 2000, una cultura di cui la politica italiana ha sempre avuto considerazione e rispetto.

Voglio capire la razionalità che ispira una proposta di pssr che mi pare troppo condizionata da esigenze di coerenza ideologica (antistatalismo) fino al punto di generare iniquità, di negare pezzi di realtà e il dovere di garantire la tutela delle situazioni deboli, di mettere fuori gioco sistemi locali di welfare che funzionano.

Non mi soffermo sul fatto che il pssr nega l’utilità della programmazione, non dà garanzie circa le risorse a livello locale e a livello regionale, visto che non vi sono vincoli per i bilanci della Regione, e quelli delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere, ignora gli effetti drammatici e di confusione che la frammentazione dei soggetti erogatori e delle responsabilità produrrà sui servizi e la qualità dell’assistenza.

Qui sta il “cuore” di un qualsiasi sistema di welfare, sia esso universalistico o residuale, qui ci sono le ragioni che danno senso alle professioni d’aiuto e di cura.

Non potendo discutere del pssr, con grande rammarico non parteciperò alla riunione del coordinamento di Primari Psichiatri.

Cordiali saluti,

Luigi Benevelli

Vicolo Pace 1, 46100 Mantova

luigi.benevelli@libero.it



Mantova, 7 dicembre 2001

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