Trento: psichiatria, la rivolta dei parenti

Critiche all'Azienda: interventi tardivi, pazienti abbandonati

Dal quotidiano Alto Adige del 11/9/2001 di ri.ca.

 

TRENTO. Il grido d'allarme ieri è venuto dai parenti dei pazienti psichiatrici, la maggior parte dei quali fanno riferimento ad associazioni come "Aris", "Io", "Genitori in prima linea". Allarme per i "gravi buchi" del servizio psichiatrico in Trentino, che "Interviene quando è troppo tardi e si disinteressa del paziente troppo presto", ha detto con efficace sintesi uno dei presenti all'incontro, tenutosi in Regione per iniziativa del consigliere provinciale Pino Morandini. Tutti d'accordo infine nel criticare l'Azienda sanitaria che userà la struttura di Man come un piccolo manicomio.

A convincere le associazioni che è arrivato il momento di far sentire, fuori da ogni soggezione politica, la propria voce è stata la decisione dell'assessore alla sanità di usare l'edificio che la Provincia sta finendo di realizzare a Man di Trento per ospitare dei pazienti psichiatrici che in questi anni hanno vissuto in alloggi protetti, all'interno della città. L'idea che l'edificio di Man diventi un "piccolo manicomio" ha iniziato a prendere piede ed a circolare tra i parenti dei pazienti psichiatrici. Idea anacronistica, quindi, che è stata immediatamente smentita dall'Azienda sanitaria, che ne avrà la gestione diretta e dallo stesso primario del servizio psichiatrico dell'ospedale Santa Chiara Renzo De Stefani. Ma in realtà le smentite non sono risultate convincenti perché, comunque la si voglia dipingere, dicono le associazioni dei parenti c'è una continua contrazione di posti letto e di servizi psichiatrici sul territorio provinciale ingiustificata, rispetto alla continua crescita delle patologie psichiatriche, inoltre pericolosa sia per l'incolumità stessa dei pazienti che per la salute mentale dei familiari. Si è parlato di circa 500 pazienti psichici gravi - ha sottolineato il consigliere Morandini - costretti a farsi curare fuori provincia. Mentre sarebbero oltre mille i pazienti che cercano fuori dal territorio provinciale risposte sanitarie alla propria sofferenza.

A ruota libera i presenti all'incontro hanno poi portato testimonianze laceranti di familiari, parenti o conoscenti che non hanno trovato nel servizio psichiatrico alcun riscontro sanitario, e neppure quella disponibilità umana talvolta più efficace della stessa terapia farmacologica.

Tra gli episodi più inquietanti il caso di una donna di Cavalese, di circa 50 anni, gravemente malata alla quale il medico curante si è sempre rifiutato di offrirle la possibilità di una sistemazione in comunità di recupero sostenendo per anni che bisognava valorizzare la sua autonomia: "Mia sorella vivendo da sola ha rischiato incidenti di ogni tipo e più volte anche di morire arsa viva, inoltre ha subito più volte violenze sessuali che certo non l'hanno aiutata a guarire". Soltanto recentemente il caso è stato risolto e la donna è stata accolta in una comunità, dove tuttora risiede. Ma a questi risultati si è arrivati soltanto "Dopo che ho minacciato il direttore generale dell'Azienda sanitaria di raccontare la mia vicenda ai giornali locali. Alcuni giorni dopo lo stesso direttore mi ha chiamato offrendo a mia sorella la possibilità di un ricovero adeguato. Adesso sta bene, le hanno persino bonificato la bocca".

In altri casi l'intervento psichiatrico dell'Azienda sanitaria non è invece arrivato in tempo. La dottoressa Marta Scalfo ha parlato di un disagio psichico sommerso in Valsugana con esiti talvolta irrimediabili. "Quanti si suicidano perché non riescono a trovare una risposta ai loro problemi?". Marta Scalfo ha parlato di alcuni casi dei quali recentemente è venuta a conoscenza: "L'operatore con il quale ho parlato mi ha detto che questa persona gli diceva che stava sempre più male. Poi si è ucciso senza che nessuno abbia mai saputo quanto stava male. Ma è proprio in questi casi - ha proseguito Marta Scalfo - che il medico dovrebbe prenderli in carico come persone per ricucire lo strappo che si è creato in loro. Invece il medico li liquida sbrigativamente con una pillola, che può alleviare la sofferenza ma che certo non esaurisce l'aspetto sanitario dell'intera problematica del soggetto". Altre testimonianze sono venute dalla val di Fassa e da Tione. "Mia sorella ha solo 38 anni, soffre di una grave patologia e me l'hanno ricoverata in una casa di riposo con ospiti non autosufficienti". Ma è un fiume in piena, quello del disagio psichiatrico che si è liberato ieri mattina in Regione partendo dalla nuova destinazione della struttura di Man che le associazioni ancora dieci anni fa avevano individuato, ma per coprire un vuoto nell'attività di recupero mai colmato.

 

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