Concluso il Primo Congresso nazionale dell'Associazione italiana di Psicogeriatria

dal GIORNALE di BRESCIA del 5 Maggio 2001

Anziano, quindi emarginato

La presenza di molti anziani nella nostra società - in alcuni quartieri della città superano il 35% della popolazione - e la loro longevità, sono obiettivi raggiunti grazie al progresso e allo sviluppo della Medicina. Eppure, da più parti, la loro presenza è avvertita con crescente preoccupazione. Si parla spesso di "problema anziani": con i loro bisogni impegnano risorse, rappresentano un onere economico, sociale e sanitario di difficile gestione. E, dunque, si accentuano i caratteri di un vero e proprio conflitto generazionale che produce frustrazione e crescente emarginazione di tanti anziani. Dunque, alla fragilità della malattia e della disabilità, si aggiunge spesso anche quella - grave e devastante - dell'emarginazione famigliare e sociale. Una fragilità che è stata argomento di studio durante il 1° Congresso nazionale dell'Associazione italiana di Psicogeriatria che si è svolto a Gardone Riviera. Una doppia fragilità legata anche ai bisogni di alcune fasce della popolazione fino a qualche anno fa protette dall'istituzione psichiatrica. Dopo la sua definitiva chiusura, quali luoghi individuare per accogliere ed assistere adeguatamente persone che per anni sono state curate come se avessero disturbi psichiatrici ed ora quegli stessi disturbi sono divenuti marginali rispetto alla condizione di "anziani"? L'istituzione non c'è più e deve essere sostituita da altre realtà. Che non possono essere altre istituzioni, quali gli ospedali, deputati a curare e ad assistere i malati solo in fase acuta e non cronica. Ma non può nemmeno essere la sola famiglia. Una famiglia che, a fronte delle grandi trasformazioni avvenute negli ultimi decenni, è ora ristretta e fragile e ha fatto sì che l'anziano si ritrovi sempre più solo ad affrontare i difficili appuntamenti dell'età avanzata. L'anziano, con le sue necessità, diviene un peso per una piccola famiglia e finisce per essere esule dalla sua stessa famiglia, dalla sua storia, dalla sua casa. Il caso estremo è quello degli anziani negli istituti: la nostra è la prima generazione che considera normale non convivere con i propri vecchi. L'istituzionalizzazione è spesso una condanna all'isolamento che riduce la voglia di vivere. La libertà di vivere secondo le proprie abitudini è frustrata da ritmi fissati e dalla coabitazione con persone che non si conoscono. Bisogna soggiacere alle regole della struttura che accoglie: è difficile soddisfare anche i più piccoli desideri e svolgere attività particolari. In realtà, molti anziani potrebbero vivere a casa loro o evitare di finire in istituto se potessero avere a domicilio semplici cure mediche, l'assistenza riabilitativa e il sostegno necessario al recupero o al mantenimento della propria autonomia. In queste condizioni, la principale compagna di vita diventa la solitudine e non riguarda solo coloro che vivono in istituto, ma anche chi vive a casa e in famiglia. La solitudine genera abbattimento, depressione e tristezza, stati d'animo che accelerano il deperimento psichico e fisico. Un anziano che vive in un ambiente ricco di rapporti umani si ammala meno di chi è solo. L'affetto di amici e di famigliari allontana la percezione negativa dell'età e del proprio stato che tanta angoscia genera negli anziani soli. La solitudine diventa ancora più penosa per gli anziani poveri o malati o non autosufficienti. Spesso alla solitudine si accompagna l'inattività e la passività che accelerano i processi di invecchiamento. Anna Della Moretta

   

 

HOME