Non c'è happy end

da IL MANIFESTO del 13 Gennaio 2001

MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA *

La Conferenza sulla salute mentale, dopo l'assolo del ministro Veronesi sui dieci milioni di "malati di mente", è certamente un fatto storico: per la prima volta, un governo realizza una iniziativa di gestione della riforma psichiatrica. Questa notazione può suonare sarcastica se ci si ricorda che la legge 180 ha 22 anni, ma può anche dare la misura di quanto risulti difficile per un governo, ovvero per la politica, orientare verso logiche di salute pubblica, che pure sono un pilastro necessario della democrazia, gli attori e gli interessi che governano la sanità, in questo paese ma non solo (ricordiamo con quanta rapidità la first lady Clinton mise via la sua riforma sanitaria).

Perché un governo la riconoscesse abbiamo dunque dovuto attendere che la riforma psichiatrica si affermasse per così dire da sola, cioè che conquistasse consenso tra i familiari e gli amministratori con la forza degli argomenti e delle esperienze del movimento che l'aveva voluta, mentre per fortuna crescevano e si facevano strada nel paese nuove generazioni di tecnici "postmanicomiali" perlomeno non alieni alla riforma e alla sua cultura.Così, solo quando in ogni regione d'Italia esperienze più o meno numerose e forti avevano potuto dimostrare che "si può" (eppure il titolo della Conferenza recava un prudente "se si può si deve"...) era arrivata finalmente la famosa finanziaria del '94, che confermava l'obiettivo di chiudere i manicomi. Era arrivato questo parlamento che per la prima volta aveva indagato in proprio, e la ministro Bindi che aveva avuto il coraggio di agire, oltre al terreno della proposta (il Progetto Obiettivo) quello della penalizzazione di regioni e asl inadempienti (la sottosegretaria Fumagalli-Carulli ha confermato questa strada).

Dunque oggi che la riforma è faticosamente diventata adulta, viene per la prima volta riconosciuta da un padre finora disinteressato alla sua vita, ma non è un vero, catartico happy end. Forse una paura pre-elettorale, forse la nota distanza tra chi fa politica e il cosidetto paese reale hanno impedito che i gioielli di famiglia, cioè le realizzazioni, i risultati, le "buone pratiche", come dicono gli anglosassoni, fossero indicate con chiarezza e fatte proprie come obiettivi concreti, invalidando di converso le pratiche cattive, indicando i nodi problematici irrisolti, peraltro evocati ripetutamente da esperti, familiari e operatori.

Non che siano mancati interventi autorevoli e chiari ad esempio su come deve cambiare la formazione universitaria (Michele Tansella, cattedratico di Verona); sul rapporto tra la pratica clinica e la cura della vita delle persone che stanno male, del loro mondo affettivo e sociale (Mario Maj, cattedratico di Napoli); sul ruolo degli operatori nell'affermare e costruire i diritti di cittadinanza, anche lottando contro il "reato" di offesa della dignità del malato con la contenzione (Laimer Armuzzi); sulla strada da fare per affrontare l'istituzionalizzazione degli anziani e il nodo duro degli ospedali psichiatrici giudiziari (Franco Rotelli).

Tuttavia questi e altri interventi non hanno potuto rompere un quadro di discussione rituale o generico, e un clima abbastanza statico, in cui erano del tutto assenti momenti in cui servizi e associazioni potessero presentarsi e riconoscersi (nessuno spazio per i cosidetti "poster" che oggi animano anche i congressi accademici, nessuna saletta per gruppi di lavoro, pochissimo spazio per interventi non programmati).

Un solo momento alto dal punto di vista politico ha polarizzato l'attenzione, ed è stato quando, giovedì mattina, ha preso la parola Rita Levi Montalcini che in un lungo intervento colto e generoso, rendendo omaggio "allo scienziato Basaglia, eroe del nostro tempo", ha tenuto insieme l'orgoglio per i risultati della ricerca biologica e per quelli della ricerca di un nuovo approccio alla persona che soffre. Ma a quell'ora non c'erano né politici né giornalisti.

* Fondazione Franco Basaglia

 

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