Il non governo della malattia

 

da IL MANIFESTO del 13 Gennaio 2001

 

 

In molti avevano avuto il sospetto, ancor prima che iniziasse, che alla Prima conferenza del governo sulla salute mentale il governo stesso volesse abdicare. Ora che la conferenza si è appena conclusa, il sospetto si è rivelato fondato, sia nei contenuti che nella forma. Nessun passo in avanti è stato fatto, nessun impegno assunto. Quanto alla forma, il governo ha seguito la discussione in modo a dir poco distratto, facendo appena capolino e affidando la gestione del palco a tre associazioni di familiari - Unasam, Diapsigra e perfino alla improbabile Arap. Le associazioni hanno tolto qualche castagna dal fuoco, come ha riconosciuto lo stesso ministro Veronesi il primo giorno, quando ha così commentato i cartelli di alcuni familiari che chiedevano "più fatti e meno parole": "Mi disturbano molto perché sono veri".

Quel che invece è grottesco, oltre ad essere falso, è l'accanimento con cui ancora molti si ostinano a vedere la malattia mentale. Tra i tanti, spicca il servizio del Tg1 delle 20 del 10 scorso che mostrava scene apocalittiche. Le due principali associazioni dei familiari, Diapsigra e Unasam, insieme a Società italiana di psichiatria, Fondazione Basaglia, Psichiatria democratica e Consulta nazionale per la salute mentale hanno inviato una lettera di protesta alla direzione della Rai e al presidente della Commissione di vigilanza: "Visto il servizio... caratterizzato da una visione violenta della malattia mentale che produce una grave e pericolosa disinformazione...chiediamo di verificare le responsabilità professionali e di mandare in onda una informazione puntuale su problemi complessi che interessano le aspettative, le speranze e le sofferenze di migliaia di cittadini".

Il segno che essere familiare di un paziente psichiatrico non autorizza ad ogni mistificazione e non assolve da crociate pericolose lo ha dato, e nel modo più alto possibile, il premio Nobel Rita Levi Montalcini che ha parlato della legge Basaglia come di una "legge eccellente ma inattesa per oltre venti anni. Quel che manca ai malati - ha concluso giovedì la scienziata - sono le strutture alternative. Spero che ora finalmente si facciano". Un lunghissimo applauso l'ha accompagnata quando, in conclusione, quasi a schernirsi, Montalcini ha parlato di sé: "Nella mia vita - ha detto - c'è una persona che ha sofferto di disturbi mentali".

Per oltre vent'anni l'Italia è stata costretta a schierarsi tra fautori e detrattori della legge 180. Poi, grazie all'inizio della effettiva applicazione della legge e alla tenacia di chi ha lavorato per quella attuazione, sembrava esserci una cultura nuova. Eppure la conferenza ha fatto riemergere mai sopiti furori iconoclasti. Come quelli della presidente dell'associazione Arap, Maria Luisa Zardini, che ha raccontato di sua figlia gravemente ammalata concludendo che "non ci si può trincerare dietro alla libertà di cura che in questi casi è pura ipocrisia". E se Veronesi le ha risposto che la 180 "è una legge straordinariamente avanzata", Massimo Cozza, coordinatore delle Consulta nazionale, ha spiegato che l'obbligo di cura "riporterebbe l'assistenza su una logica manicomiale di esclusione". Marida Bolognesi, presidente della commissione affari sociali della Camera, ha poi affermato: "Oggi il trattamento sanitario obbligatorio è troppo spesso un'ospedalizzazione ad alto tasso farmacologico". Ben triste, tornare a "difendere" quel che sembrava acquisito e non riuscire a ottenere l'indispensabile.

Psichiatria democratica critica invece l'intervento del ministro della sanità accusandolo di aver taciuto su questioni cruciali: "Ci saremmo aspettati - ha detto il segretario nazionale, Emilio Lupo - che la conferenza fosse un momento centrale per fare il punto della situazione, tenendo nel debito conto le esperienze di lavoro qualificato. Così non è stato e ciò ci preoccupa". Esasperata dalla inossidabilità che fa sopravvivere i manicomi privati nei quali ancora sono "detenute 1.600 persone", Laimer Armuzzi, segretario della Cgil funzione pubblica, ha avanzato una proposta che farà discutere: "Chiediamo l'abolizione, anche attraverso strumenti legislativi, della pratica della contenzione considerandola reato contro la persona".

ANNA PIZZO - ROMA

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