![]() |
Musica e demenza |
dal GIORNALE DI BRESCIA del 9 Gennaio 2001
LETTERA AL DIRETTORE
Ho letto con molto interesse e un po' di preoccupazione la lettera del sig. Simone di Castenedolo del 6 gennaio circa la nostra recente scoperta sull'associazione fra demenza frontotemporale e il gusto per la musica pop. Le riflessioni del lettore sono ricche di spunti che meritano approfondimento. Comprendo pienamente il disappunto che il sig. Simone deve aver provato quando, da amante della musica &laqno;pop» - intesa nel senso lato di tutto ciò che non sia musica classica - ha letto l'articolo titolato &laqno;Chi ha lesioni al cervello ama la musica pop». Il suo disappunto è stato forse secondo solo al mio, dal momento che il virgolettato sembrerebbe far intendere che l'affermazione provenga da me o da uno dei miei collaboratori e coautori dello studio. L'adolescenza e la gioventù del sottoscritto sono state scandite dai ritmi cui accenna il lettore, anche se - mi pare di capire - purtroppo quasi una decina di anni prima, da Minstrel in the Gallery dei Jethro Tull a 24 Carat dei Deep Purple a Chocolate Kings della - in parte bresciana - Premiata Forneria Marconi, per citarne solo una minima parte. Come il sig. Simone, anch'io in gioventù ho cercato di far musica, anche se certamente con risultati meno brillanti. Con alcuni carissimi amici fondammo una &laqno;band» dall'imaginifico none di Eclissi Totale. Per buona sorte dei musicofili, la nostra produzione si è limitata a una musicassetta registrata in una soffitta - e lì rimasta - successivamente alla quale ho pensato bene di fare il dottore e non il musicista. La dottoressa Cristina Geroldi, geriatra e neuroscienziato, che per prima ha notato il cambiamento dei gusti musicali dei due pazienti oggetto dello studio, è invece un'ardente fan di Freddie Mercury e dei Queen. A parte queste brevi note autobiografiche, il contenuto dell'articolo - chiaro ed esplicativo - avrebbe dovuto indurre a cogliere che il titolo, palesemente assurdo, rappresentava unicamente un escamotage giornalistico - peraltro apparentemente riuscito - per catturare l'attenzione. Il fatto che il sig. Simone, la cui intelligenza è testimoniata dalle riflessioni ben espresse nella sua lettera, abbia creduto che l'affermazione del titolo fosse uscita dalla bocca o dalla penna di un medico e ricercatore è forse cagionato dalla difficoltà della Medicina a comprendere le istanze vere e i bisogni delle persone. Troppo spesso la Medicina è lontana dal dolore del malato perché indaffarata a gestire le proprie dinamiche, troppo spesso parla un linguaggio incomprensibile, troppo spesso ritiene - con superba autoreferenzialità - di capire la sofferenza meglio del malato stesso. L'inevitabile risultato è l'allontanamento della gente dalla Medicina scientifica e rigorosa - per sua stessa natura fallibile - e la ricerca di soluzioni alternative, sempre mendacemente infallibili, talvolta fantasiose e coreografiche, spesso francamente dannose per la salute. Il risultato netto è una riduzione della tutela della salute e, in ultima analisi, il fallimento della Medicina. Il vero significato clinico della nostra scoperta è stato ben riassunto su alcuni articoli apparsi sul New York Times e sul Washington Post del 4 gennaio. La persona che sviluppa una demenza - una volta si chiamava arteriosclerosi - perde progressivamente le facoltà cognitive e le attività della vita quotidiana. Inizialmente la memoria, poi l'orientamento, poi la capacità di gestire la casa o gli hobbies, e così via fino alla incapacità totale di parlare e capire, e infine di contenere gli sfinteri e di camminare. Si è soliti ritenere che questo percorso si accompagni a una semplificazione del mondo affettivo e cognitivo della persona, che diventerebbe quindi per il medico e i familiari progressivamente più facile da comprendere. Scoprire che la persona demente non solo perde alcune capacità, ma ne acquista altre - nel nostro caso quella di godere di un nuovo genere di musica - è una modificazione drastica della prospettiva clinica e relazionale. Questa impone al medico e ai familiari lo sforzo di capire in ogni fase della malattia quanto il comportamento del malato sia dovuto a un'abilità che è andata persa e quanto invece a un'abilità nuova da analizzare e approfondire. I familiari dei malati sanno bene quanto la comprensione delle ragioni dei comportamenti apparentemente illogici e disturbanti del loro caro sia il primo passo per un corretto approccio relazionale che porta alla riduzione o - spesso - alla scomparsa del disturbo. Le malattie che colpiscono il cervello e l'intelligenza sono terribili e spaventose, e chi ne è affetto ha diritto ai massimi livelli di cura. Per questo scopo, cultura e tecnologia non sono sufficienti se non vengono costantemente coniugate alla compassione per il dolore e la sofferenza. Compassione significa vedere il mondo con gli occhi del malato anziché quelli del sano, ponendosi dalla parte del dolore anziché da quella del benessere, dalla parte della disabilità anziché da quella dell'efficienza. Per il malato di demenza una canzone non è un mero momento di svago e spensieratezza, è un turbine di emozioni inespresse, di ricordi sbiaditi, di volti senza nome. Entrare in questo mondo è necessità preliminare a qualsiasi intervento di ricerca, di riabilitazione e di terapia. Solo con la colta e intelligente compassione la Medicina assolve al suo vero ruolo di tutore della salute della persona. GIOVANNI FRISONI