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L'esperienza delle serre gestite dall'Associazione LSC, commentate dal Giornale di Brescia |
dal GIORNALE di BRESCIA del 3 Gennaio 2001
Primo bilancio del lavoro nella serra di via Romiglia, luogo di tirocinio per un gruppo di persone con disagio psichico La lunga strada dell'integrazione
La porta d'Oriente per entrare in città non è più luogo di esclusione. Là dove un tempo c'era il manicomio con i suoi matti, c'era il canile e, poco oltre, il carcere, ora continua ad esistere un'area verde, ma inserita in un contesto urbano molto sviluppato. Una periferia che non è più, dunque, luogo d'esclusione, bensì strumento di integrazione e di incontro. In quest'area, da circa sei mesi un gruppo di persone - tredici in tutto - lavora all'interno di una serra. Si tratta di una possibilità importante, un'occasione per dimostrare che la malattia psichica può essere curata e, spesso, guarita. "Rispetto ad alcuni anni fa, oggi le condizioni sono molto cambiate: gli strumenti di cura, come i farmaci, le tecniche di riabilitazione svolte in una dimensione comunitaria sono molto efficaci, confermati da elementi di evidenza, e che permettono alla maggioranza di chi soffre di una malattia mentale (non a tutti, purtroppo), di sperare in una guarigione e di non perdere, come accadeva una volta, il dirotto di cittadinanza", spiega lo psichiatra Carlo Gozio, responsabile del Centro diurno di abilitazione psichiatrica di via Romiglia. Le persone che lavorano nella serra sono la dimostrazione che la distanza tra la città e la psichiatria si è ridotta. La serra di via Romiglia è nata grazie alla collaborazione tra Associazione Laura Saiani Consolati e azienda ospedaliera Spedali Civili. A fianco delle tredici persone - che si alternano a gruppi all'interno della serra - ci sono gli operatori della cooperativa "Fraternità" che impartiscono lezioni teoriche e pratiche. Nei 500 metri quadrati a disposizione, per ora si effettua una monocoltura di piante di ficus, anche se in futuro le coltivazioni potrebbero essere differenziate e si sta anche pensando alla possibilità di vendere i prodotti del lavoro nella serra. "Una pausa a metà mattina per un caffè permette ai tirocinanti di prendere le pastiglie e recuperare le forze - racconta uno dei ragazzi che lavorano in via Romiglia -. Salvo rari casi, la serra risulta essere un lavoro duraturo: infatti, in base alla mia esperienza, l'assunzione di farmaci non permette sempre di entrare nel mondo del lavoro o di rientrarci tenendo testa ad orari e a lavori che implicano molta responsabilità. Il malato, infatti, tende ad avere paura. Questo, almeno, è quanto accade a me: ho paura di un eccessivo peso derivante dai rapporti con un capo o un imprenditore, o da quelli con i compagni di lavoro che generalmente non hanno mai condiviso gli stessi problemi. La serra, invece, è una valida alternativa al lavoro a tempo pieno ed è un'esperienza positiva anche in vista di opportunità di lavoro future; ci abitua a rispettare un orario ed anche i compagni di lavoro". Graziano continua la sua testimonianza: "Come dice giustamente Walter (il responsabile ndr), il lavoro dovrebbe iniziare alle otto anzichè alle nove per migliorare la presenza e far sì che ci si adegui ai ritmi di lavoro tenuti all'esterno dell'ospedale. Il problema forse maggiore è che il malato non riesca ad adeguarsi ad un lavoro esterno e si senta protetto solo dalla struttura sanitaria, rinviando una possibile entrata nel mondo de4l lavoro per paura del domani. Insomma, si preferisce stare all'interno protetti piuttosto che affacciarsi al mondo esterno per paura di ricadute". I lavoratori della serra dormono a casa loro e si recano autonomamente in via Romiglia alle 9 del mattino per trascorrere una giornata alternando la coltivazione delle piante alla cura della malattia. a. d. m.