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Bresciani sotto l'attacco del panico |
Dal GIORNALE DI BRESCIA 3 NOvembre 2000
Gli specialisti della psichiatria sottolineano un preoccupante aumento della sindrome
Giovane si specializza in neurologia per battere il disagio. Crisi sul cavalcavia Kennedy
Le statistiche, in questo caso, valgono come le verdure per un carnivoro: il 5 per cento della popolazione nazionale e bresciana sarebbe stato sfiorato o attaccato da una crisi di panico. Le statistiche, però, non consumate, rimangono in tavola. I bresciani entrano ormai a pieno titolo nella pozzanghera della sindrome da panico. Ci si bagna, ci si sporca, frastornati per qualche giorno, poi, i più fortunati escono e continuano il viaggio della vita. Ai meno fortunati tocca un calvario di psicoterapie, di psicofarmaci, di prove sfida antifobiche, alcune vinte, altre perse, una conduzione esistenziale a doppio binario: normali di fronte a mille situazioni, solitamente apprezzati, insicuri e bloccati come muli davanti a una galleria, su un ascensore, in uno spazio largo o troppo stretto. Il prof. Fausto Manara, noto psichiatra di Brescia, ha svelato l'aumento incredibile e preoccupante delle crisi di panico a Brescia. In pubblico, durante un dibattito sulla paternità, organizzato dall'associazione Aigo, nell'aula magna della Banca Lombarda, in via Cefalonia, ha confessato di registrare sempre di più sindromi da panico. Anche i bresciani sono arrivati a un livello di nevrosi esistenziale che sfocia in sindromi eclatanti. Cos'è una sindrome da panico la si poteva toccare con mano, e quasi essere contaminati, l'altra mattina, passando sul ponte del cavalcavia Kennedy, lungo centottanta passi, tanto per tenere aggiornati i nevrotici delle lunghezze da conteggiare per superstizione. A metà del ponte, proprio dall'altra parte, quella che porta dalla città a Brescia Due, una giovane intorno ai 25 anni, s'è fermata all'improvviso, ha barcollato, è impallidita, quasi accasciata. L'hanno soccorsa due o tre passanti. Lei diceva che moriva, quindi che non era niente, sudata, il cuore a duecento, il fiato corto, a un centimetro dallo svenimento. Bianca come la nebbia sbucata da sotto. È riuscita a mettersi sotto lingua una pastiglia e nel giro di pochi minuti tutto s'è rimesso a posto. Ha spiegato che si trattava di una "normale» crisi di panico. Ai pronto soccorso degli ospedali bresciani i casi sono in aumento. Al primo impatto, qualche volta si confondono con attacchi cardiaci. I pazienti tornano a casa con le loro gambe, sfiniti, dicono, come dopo aver picconato per un giorno, sotto una miniera di mille metri: ossa rotte, muscoli fiacchi, voglia di dormire, di scomparire e un non troppo vago senso depressivo. "Anch'io registro un aumento di tali crisi - spiega il dott. Vittorio Dalla Rosa, neuropsichiatra bresciano - la vita frenetica, le ore stressanti, un senso generale di insicurezza aumentano tali sindromi. Non sono nate oggi, anche se ora si presentano con un'intensità maggiore. Un tempo si definivano ansie e angosce, le nevrosi non erano ben catalogate. Ancora prima, la parola esaurimento nervoso comprendeva un po' di tutto, anche queste sindromi. Adesso, anche a Brescia e nel Bresciano, la questione è divenuta più seria e complessa...". Non si muore di panico, spiegano gli specialisti, ma di panico si tocca il lembo della morte, la si vede negli occhi, si scopre di che pasta sia fatta. "Ci sono pazienti che provano fino a cento, duecento crisi di panico nella loro vita e sono convinti di morire cento e duecento volte. La fine della crisi di panico, mi raccontava uno studente universitario bresciano, è un'autentica resurrezione. Adesso si è iscritto, pensate un po', a Medicina. Dopo la laurea vuole specializzarsi in neurologia. Sarà medico e paziente di se stesso. Dice che uno dei moventi principali per la scelta di tale specializzazione sono state le crisi di panico». Lo specialista bresciano, non vuole nomi. "Coltivo la mia nevrosi - dice - porta male firmarsi sulla carta stampata». Tocchiamo ferro. Dalle Basse, notizie in fotocopia. Il dott. Graziano Valent, responsabile del Centro Psico Sociale nella pianura occidentale bresciana, è fresco di una ventata di panico: "Qui in ambulatorio, alcuni minuti fa, ho assistito una ragazza ventenne in crisi di panico. Non è proprio routine. Deve constatare, comunque, che c'è un aumento delle crisi. Non dimentichiamo che in passato, certe questioni venivano nascoste. Oggi c'è meno pregiudizio, se ne parla diffusamente». Abbiamo ascoltato pazienti e dottori, gli educatori della famiglia, della scuola, i governatori degli spazi liberi, oratori e volontariato. Sostengono un comune denominatore per un'uscita più salutare verso una vita più serena, puntano, soprattutto, a diversi stili di vita. Più sobrietà nel vivere la giornata, meno sindrome da successo, lenteur e preghiera. Lenteur è un vecchio concetto di Milan Kundera, già seminato nella filosofia della nostra campagna prima che dalle sapienze tibetane: vivere come le stelle e la luna, le piante e gli animali. Che conto corrente ha la luna? Che carriera rincorre la begonia? E quel lupo imbastardito, gioca in borsa? La statistica, dicevamo in apertura, parla di un 5 per cento. Cinquantamila persone in Brescia e nel Bresciano, tolti i bambini e i ragazzi, tolti gli ultraottuagenari che non possono permettersi il lusso di pensare anche al panico, c'è sempre qualche migliaio di persone che sono passati nel tunnel di tale terrore. Per una banalissima comodità, mettiamo che soltanto, ma proprio soltanto mille bresciani, cinquecento donne e cinquecento uomini, abbiano parlato con la morte fredda ed apparente del panico. È come un piccolo esercito di postmoderni di ritorno dalla ritirata di Russia del terzo Millennio. Sono da riscaldare, da fornire di nuove vesti, da rifocillare e da immettere, piano piano, nelle strade di Internet, sui nostri cavalcavia. E, tra un poco, davanti allo sportello di una metropolitana. "C'è molto da fare. Per carità non perdiamoci di vista". Tonino Zana